La recensione de “Una storia semplice” di My LibraryBlog

Una storia semplice – È una storia complicatissima, su uno sfondo di mafia e droga, quella che Leonardo Sciascia racconta in “Una storia semplice”. Ispirato ad un fatto realmente accaduto, il furto di un Caravaggio, questo romanzo breve è un giallo siciliano in cui, pur senza proclami, emerge forte la condanna dello scrittore nei confronti dei mali della giustizia. Tutto inizia con una telefonata al commissariato di polizia nella sera della vigilia della “rutilante e rombante” festa di San Giuseppe.

“Gli uffici erano, più delle altre sere a quell’ora, quasi deserti: anche se illuminati, l’illuminazione serale e notturna degli uffici di polizia tacitamente prescritta per dare impressione ai cittadini che in quegli uffici sempre sulla loro sicurezza si vegliava.
Il telefonista annotò l’ora e il nome della persona che telefonava: Giorgio Roccella.
Aveva una voce educata, calma, suadente.
‘Come tutti i folli’ pensò il telefonista.
Chiedeva infatti, il signor Roccella, del questore: una follia, specialmente a quell’ora e in quella particolare serata.”

Poi, da un apparente suicidio, la storia si espande e si aggroviglia. I fatti si succedono numerosi e tanto velocemente da essere, tutti noi lettori, chiamati a utilizzare prontamente i nostri riflessi.
Una vicenda inestricabilmente tortuosa e ricca di colpi di scena nella quale non manca “l’eroe” positivo. E mentre ne “Il giorno della civetta” era il Capitano Bellodi a incarnare il modello di coraggio e umanità, di intransigenza e gentilezza, qui è il brigadiere Antonio Lagandara a impersonare il fedele e onesto servitore dello stato, tenace difensore della legalità.
Ma c’è un altro personaggio che ho amato molto in questo scritto. È il professor Carmelo Franzò, vecchio amico della vittima. Dotato di determinazione e senso civico, questi collabora con la polizia.
Ho trovato estremamente significativo il dialogo che intercorre tra questo professore e il magistrato titolare dell’indagine, nonché suo ex alunno.

“Il magistrato si era intanto alzato ad accogliere il suo vecchio professore. ‘Con quale piacere la rivedo, dopo tanti anni!’
‘Tanti: e mi pesano’ convenne il professore.
‘Ma che dice? Lei non è mutato per nulla, nell’aspetto’.
‘Lei sì’ disse il professore con la solita franchezza.
‘Questo maledetto lavoro… Ma perché mi dà del lei?’.
‘Come allora’ disse il professore.
‘Ma ormai…’
‘No’.
‘Ma si ricorda di me?’.
‘Certo che mi ricordo’.
‘Posso permettermi di farle una domanda?… Poi gliene farò altre, di altra natura…
Nei componimenti di italiano lei mi assegnava sempre un tre, perché copiavo. Ma una volta
mi ha dato un cinque: perché?’.
‘Perché aveva copiato da un autore più intelligente’.
Il magistrato scoppiò a ridere. ‘L’italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede,
non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica…’.
‘L’italiano non è l’italiano: è il ragionare’ disse il professore. ‘Con meno italiano,
lei sarebbe forse ancora più in alto’.
La battura era feroce. Il magistrato impallidì. E passò a un duro interrogatorio.”

Nel contesto di una terra meravigliosa come la Sicilia,  Sciascia riesce a rappresentare l’Italia dai mille misteri e dalle sconcertanti contraddizioni con equilibrio e lucido raziocinio. In questo nostro paese dove il potere mafioso è sempre stato contiguo a quello statale, Sciascia continua a costituire una luce che non affievolisce, nonostante il trascorrere del tempo.
Un breve componimento attualissimo, amaro e ricco di spunti di riflessione.

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Gli approfondimenti su Una storia semplice di Leonardo Sciascia (informazioni prese dalla “rete”)

Trama e riassunto di Una storia semplice di Leonardo Sciascia

Il telefonista di una stazione di polizia, la sera del 18 marzo alle 21:37, riceve una telefonata di un uomo che chiede di poter parlare col questore. Egli annota:

«L’ora e il nome della persona che telefonava, un certo Giorgio Roccella. Aveva una voce educata, calma, suadente. “Come tutti i folli” pensò il telefonista.»

e trasferisce la chiamata al commissario che però in quel momento si stava infilando il cappotto per uscire. Così il brigadiere, che era seduto al tavolo vicino, prende la telefonata. L’uomo al telefono gli fornisce i propri dati, indica il luogo in cui si trova e chiede l’intervento di una pattuglia della polizia.
Il commissario convince il brigadiere che si tratta di uno scherzo dato che l’uomo che aveva chiamato, un diplomatico, non veniva in quei luoghi da anni ed era improbabile che fosse tornato. Il brigadiere si offre di andare sul luogo ma il commissario gli dice che, se vuole, può passare l’indomani tanto egli sarebbe stato assente fino a lunedì per festeggiare San Giuseppe da un suo amico in campagna.

«Ma no, sono sicuro che si tratta di uno scherzo… domani, magari, se hai tempo e voglia, vai a dare un’occhiata… Per quanto mi riguarda, qualunque cosa accada, domani non mi cercate, vado a festeggiare il San Giuseppe da un amico in campagna.»

Il giorno dopo il brigadiere raggiunge in pattuglia il casolare nella contrada Cotugno ma la casa, che presenta evidenti segni di rovina, sembra deserta:

«Tutte le imposte erano chiuse, tranne di una finestra dai cui vetri si poteva guardar dentro. Stando nella luce abbagliante di quella mattina di marzo, videro dapprima confusamente l’interno; poi cominciarono a distinguere e a tutti e tre, ripetendo la prova facendosi schermo del sole con le mani, parve certo si vedesse un uomo che, di spalle alla finestra, seduto a una scrivania, vi si fosse accasciato.»

Il brigadiere decide di rompere il vetro della finestra per entrare e, constatato che l’uomo è morto e che nella testa, che poggiava sulla scrivania, tra la mandibola e la tempia, c’era un grumo di sangue, dà ordine di non toccare nulla. La prima impressione è che si tratti di suicidio.

La pistola, una vecchia arma tedesca della guerra del ’15-’18, si trova a terra sulla destra della poltrona, ma la mano del morto, invece di penzolare, è sul piano della scrivania a fermare un foglio su cui si leggeva:

«Ho trovato.»

Questi elementi fanno presto scartare l’ipotesi precedentemente fatta. Continua a leggere il riassunto di Una storia semplice di Leonardo Sciascia.

Vita e opere di Leonardo Sciascia

Leonardo Sciascia nasce l’8 gennaio 1921 a Racalmuto, in provincia di Agrigento, primo di tre fratelli, figlio di un impiegato, Pasquale Sciascia, e di una casalinga, Genoveffa Martorelli. La madre proviene da una famiglia di artigiani mentre il padre è impiegato presso una delle miniere di zolfo locali e la storia dello scrittore ha le sue radici nella zolfara dove hanno lavorato il nonno e il padre.

Gli studi: il periodo nisseno
A sei anni Sciascia inizia la scuola elementare a Racalmuto. Nel 1935 si trasferisce con la famiglia a Caltanissetta dove si iscrive all’Istituto Magistrale “IX Maggio” nel quale insegna Vitaliano Brancati, che diventerà il suo modello e che lo guida nella lettura degli autori francesi, mentre l’incontro con un giovane insegnante, Giuseppe Granata (che fu in seguito senatore comunista), gli fa conoscere l’illuminismo francese e italiano. Egli forma così la propria coscienza civile sui testi di Voltaire, Montesquieu, Cesare Beccaria, Pietro Verri.

Nel capoluogo nisseno trascorrerà gli anni più indimenticabili della sua vita, come lui stesso confessa nella sua autobiografia, fatti delle prime esperienze e delle prime scoperte della vita oltre a imprimersi la sua formazione culturale.

Richiamato alla visita di leva viene considerato per due volte non idoneo, ma alla terza viene accettato e assegnato ai servizi sedentari.

Nel 1941 consegue il diploma magistrale e nello stesso anno si impiega al Consorzio Agrario, occupandosi dell’ammasso del grano a Racalmuto, dove rimane fino al 1948. Ebbe così modo di avere un rapporto intenso con la piccola realtà contadina.

Nel 1944 sposa Maria Andronico, maestra nella scuola elementare di Racalmuto. Dalla loro unione nasceranno due figlie, Laura e Anna Maria.

Nel 1948 Leonardo Sciascia rimane scosso dal suicidio dell’amato fratello Giuseppe.

Le prime opere: poesie e saggi
Nel 1950 pubblica le “Favole della dittatura”, che Pier Paolo Pasolini nota e recensisce. Il libro comprende ventisette brevi testi poetici, “favole esopiche” classiche, con morali chiare, di cui sono protagonisti animali.[2] Venti di questi testi erano apparsi tra il 1950 e l’estate del 1951 su “La Prova” fondato a Palermo dal politico democristiano Giuseppe Alessi[3], periodico politico con il quale Sciascia inizia a collaborare fin dal primo numero firmando il 15 marzo 1950 il necrologio “Molto prima del 1984 è morto George Orwell”[3].

Nel 1952, esce la raccolta di poesie La Sicilia, il suo cuore, che viene illustrata con disegni dello scultore catanese Emilio Greco.

Nel 1953 vince il Premio Pirandello, assegnatogli dalla Regione Siciliana per il suo saggio “Pirandello e il pirandellismo”.

Inizia nel 1954 a collaborare a riviste antologiche dedicate alla letteratura e agli studi etnologici, assumendo l’incarico di direttore di «Galleria» e de «I quaderni di Galleria» edite dall’omonimo Salvatore Sciascia di Caltanissetta.

Nel 1954 Italo Calvino scrive, riferendosi a un’opera di Sciascia: … continua a leggere l’articolo su la vita e le opere di Leonardo Sciascia.

Fonte: it.wikipedia.com

Sommario
Una storia semplice - Leonardo Sciascia
Titolo
Una storia semplice - Leonardo Sciascia
Descrizione
Una storia semplice -È una storia complicatissima, su uno sfondo di mafia e droga, quella che Leonardo Sciascia racconta in “Una storia semplice”. Ispirato ad un fatto realmente accaduto, il furto di un Caravaggio, questo romanzo breve è un giallo siciliano in cui, pur senza proclami, emerge forte la condanna dello scrittore nei confronti dei mali della giustizia. Tutto inizia con una telefonata al commissariato di polizia nella sera della vigilia della “rutilante e rombante” festa di San Giuseppe.
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