Resto qui – Marco Balzano

2018-09-27T15:29:13+00:00 By |
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Edito Einaudi, Resto qui di Marco Balzano si è classificato al secondo posto del Premio Strega 2018. È una storia che cattura l’attenzione sin dalla copertina e la mantiene ad altissimo livello per tutto il corso della narrazione. Siamo a Curon, un paese sperduto della Val Venosta. Confina a nord con l’Austria, a ovest con la Svizzera e a sud con il comune italiano Malles Venosta. È la prima metà del secolo scorso. Qui, sull’onda del progresso e della necessità di creare energia per alimentare le industrie che pian piano si ammodernavano, venne deciso di costruire una diga, progetto che venne a compiersi nel 1950. Fu così che il paese di Curon venne sommerso, a eccezione del vecchio campanile. Ed è in questo scenario che si sviluppano le vicende di Trina e del marito Erich. Partendo dagli anni dell’infanzia e dell’adolescenza sino a giungere ad una maturità avanzata, si susseguono gli episodi delle loro vite segnate dalla sofferenza, dalla povertà, dalla precarietà e dal rischio. Quando Mussolini mise al bando la lingua tedesca cosa avrebbero potuto fare gli abitanti del Sud Tirolo per non perdere la propria identità? Trina è una giovane maestra e sfida perciò, a modo suo, la violenza fascista insegnando clandestinamente il tedesco nelle canoniche, nelle stalle, negli scantinati, nelle soffitte, insomma ovunque riesca a riunire un gruppo di piccoli.

Nella cantina della signora Marta accatastavamo damigiane e vecchi mobili e ci sedevamo su mucchi di paglia. Parlavamo a bassa voce perché bisognava stare attenti ai rumori che arrivavano da fuori. Bastava qualche passo in cortile per spaventarci. I bambini erano i più incoscienti, le bambine invece mi guardavano con occhi tremuli. Erano sette e gli ho insegnato a leggere e a scrivere. Prendevo le loro mani e le chiudevo nella mia, che era una corazza. Li guidavo a disegnare le lettere dell’alfabeto, le parole, le prime frasi. All’inizio sembrava impossibile, invece poi, da una sera all’altra, diventavano capaci di sillabare piano, leggendo a voce alta, uno alla volta, accompagnandosi col dito per non sbagliare riga. Era bellissimo insegnare tedesco. Mi piaceva così tanto che a volte dimenticavo di essere una maestra clandestina.

Erich d’altro canto, è uno dei pochissimi abitanti del paese a non rassegnarsi alle decisioni prese dai politici italiani. E la disparità di vedute, di posizioni, di condizioni tra italiani e sudtirolesi accompagna lo svolgersi di tutta la narrazione. E poi ci sono Michael e Marica, i figli di Trina ed Erich. Michael crede di trovare in Hitler l’uomo in grado di ristabilire l’ordine, la guida da seguire; Marica è la figlia scomparsa alla quale Trina consegna la sua vita attraverso la scrittura, attraverso le parole, nella speranza che gliela possano restituire. È a lei che infatti Trina, io narrante, si rivolge.

Non sai niente di me, eppure sai tanto perché sei mia figlia. L’odore della pelle, il calore del fiato, i nervi tesi, te li ho dati io. Dunque ti parlerò come a chi mi ha visto dentro.

La guerra bussa con insistenza alle porte della loro casa e Trina segue il marito disertore sulle montagne. Erich ha già vissuto l’orrore della guerra ed ha presto compreso che sempre di mostruosità si tratta, qualunque sia la parte per la quale si combatta. Preferisce perciò lottare contro i pericoli delle montagne, il freddo, il buio, la fame, piuttosto che essere nelle fila dei soldati. Trina non lo lascia solo.

Quando il buio si arrampicava sulle montagne restavo a guardare il cielo cercando di trattenerne la luce, come se quel rimasuglio fosse latte da succhiare e io una bambina famelica. Poi, in un momento, tutto diventava nero e desolato e non si vedevano più nemmeno i contorni degli alberi. Allora tornavo sconfitta nella grotta, mettevo la testa tra le mani e inghiottivo singhiozzi. Erich mi lasciava fare. A volte si avvicinava e cercava di abbracciarmi ma io gli rispondevo che non m’importava dei suoi abbracci. Volevo solo che rifacesse giorno.

Ma anche quando la guerra finisce e discendono a Curon, torna l’incubo della diga e dell’acqua.
Ritmo incalzante e lessico essenziale caratterizzano la scrittura di Balzano che ha saputo ricostruire senza fronzoli e in maniera precisa la storia di un paese martoriato, di una popolazione vessata, di una valle usurpata della sua originaria bellezza. È il ritratto di una comunità che ha scelto di resistere; una narrazione che restituisce alla Storia una voce forte. Ed infatti generalmente poco conosciute, poco raccontate sono le vicende svoltesi sul nostro confine orientale. Balzano ha perciò spalancato una finestra dalla quale i lettori possono osservare uno scorcio straordinario su una terra di confini e di lacerazioni, dove l’attaccamento alla terra, alla famiglia, alla vita è stato difeso strenuamente. A Curon in quel paese senza possibilità da dove i giovani erano scappati e dove molti soldati non erano più tornati, a Curon in quel paese senza futuro, senza certezze, qualcuno voleva poter dire con orgoglio io “resto qui”.

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