Le otto montagne – Paolo Cognetti

2018-02-06T22:59:58+00:00 By |
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Le otto montagnePaolo Cognetti, vincitore del Premio Strega 2017 grazie a Le otto montagne, ha narrato una straordinaria storia di amicizia. I protagonisti sono Pietro e Bruno, il ragazzino solitario di città e quello del paesino di diciotto abitanti, ai piedi del Monte Rosa. Uno, abituato alla vita di Milano, fa ritorno in questo luogo ogni estate, insieme alla famiglia; l’altro, avvezzo al lavoro duro, durante la bella stagione si occupa dei pascoli. E di anno in anno, quando si rivedono, è come se si fossero salutati il giorno prima. Vite differenti, ma anime affini. Una storia tutta al maschile, fatta di scoperta, di silenzi, di arrampicate, di gesti. Quello che conta tra amici non è ciò che si dice, ma quello che non occorre dire, diceva Camus. È una storia che può resistere agli scossoni della vita, alle inevitabili incomprensioni e ad ogni tipo di distanza. In uno scenario montano incantevole, simile a quello nel quale i genitori di Pietro si sono conosciuti e innamorati, i due ragazzi crescono, percorrono sentieri esistenti e ne scoprono di nuovi, esplorano ruderi, recuperano “tesori”, imparano a fare i conti con la fatica, con le vesciche e persino con il mal di montagna.
Ma c’è nel racconto un altro rapporto maschile che accompagna le vicende dei due protagonisti, quello tra il narratore Pietro e suo padre.

“Mio padre aveva il suo modo di andare in montagna. Poco incline alla meditazione, tutto caparbietà e spavalderia. Saliva senza dosare le forze, sempre in gara con qualcuno o qualcosa, e dove il sentiero gli pareva lungo tagliava per la linea di massima pendenza. Con lui era vietato fermarsi, vietato lamentarsi per la fame o la fatica o il freddo, ma si poteva cantare una bella canzone, specie sotto il temporale o nella nebbia fitta. E lanciare ululati buttandosi giù per i nevai.”

Anche questo è un rapporto costituito più da silenzi che da dialoghi, più da gesti che da conversazioni. Padre e figlio con le loro debolezze e fragilità, con le loro mancanze reali o immaginate. Ma in fondo è quello di cui sono fatti i sentimenti, molte dinamiche familiari e relazioni. Imperfette e strambe, sorprendenti e faticose, come la vita stessa.
Non stancano le descrizioni del paesaggio, dei pendii, delle cime, dei torrenti, dei canaloni, dei ruderi, dei fiori e degli alberi, per quanto precise esse siano. C’è la montagna in tutto il suo splendore, ma non solo. C’è anche la fatica, il disagio, l’abbandono, l’impossibilità di condurre un’esistenza da puro montanaro e la caparbietà di chi, nonostante tutto, vuole che il suo posto nel mondo sia quello e lo sia sempre.
Il titolo si riferisce ad un disegno simile ad una ruota con otto raggi avente al centro una montagna altissima, il monte Sumeru, circondata appunto da otto montagne. Rappresenta il mondo secondo un pensiero nepalese e pone questa domanda: avrà imparato di più chi ha fatto il giro delle otto montagne, o chi è arrivato in cima al Monte Sumeru?
Ha perciò imparato di più Pietro, il viaggiatore, o Bruno, il montanaro? Una domanda a cui non credo si possa dare risposta. Forse la cosa importante è riuscire a vivere secondo il proprio credo, senza tradire se stessi, indipendentemente dalla strada percorsa.
Cognetti è narratore raffinato, evocativo e intenso. Ha dato vita ad una scritto forte e delicato nel contempo. Mi ha suscitato una sensazione indicibile di nostalgia, di tempo irrimediabilmente trascorso e non apprezzato a dovere. Questo libro occupa un posto speciale nella mia libreria.
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