La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg – Sandra Petrignani

2018-08-20T17:04:21+00:00 By |
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Classificatosi al terzo posto del Premio Strega 2018, La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg scritto da Sandra Petrignani ed edito Neri Pozza, è un libro sorprendente.

Prima di leggerlo credevo di conoscere piuttosto bene la Ginzburg ed il suo mondo. Avevo letto Lessico famigliare, Le piccole virtù, Famiglia, La famiglia Manzoni, numerosi suoi articoli, ma è stato il libro della Petrignani ad aprirmi a un mondo del quale, evidentemente, non avevo colto appieno l’essenza. Sto parlando per esempio della nascita e della crescita della casa editrice Einaudi nel periodo più buio della nostra storia, ma anche della vita personale e professionale di quel gruppo di giovani intellettuali, di cui faceva parte Leone Ginzburg, che attorno a quel progetto editoriale ruotava.

La corsara è un libro per il quale, è stato detto, è difficile trovare una definizione che lo contenga tutto, per il quale è complicato trovare una etichettatura. È certo un ritratto, come recita la copertina del libro stesso. Un ritratto forte ed appassionato di una donna che ha fatto la storia della cultura italiana del Novecento. Una donna anticonformista, di una sincerità brutale talvolta, sia nello scrivere la verità, a cui la Ginzburg tiene in modo particolare, sia nei rapporti con gli altri. È per certi versi un saggio, molto ricco, la cui stesura è il frutto dello studio di una incredibile mole di documenti, lettere, archivi. E tuttavia non possiede la freddezza e il distacco tipici di molti saggi. È naturalmente una biografia, ma che ha alcune caratteristiche del romanzo perché vive di un intreccio, di un’avventura quasi. La vita della Ginzburg è infatti legata fortemente a molte figure di spicco della nostra cultura e persino della nostra economia. Penso a Italo Calvino, Cesare Pavese, Alberto Moravia, Elsa Morante, Adriano Olivetti, per citarne solo alcuni.
È un libro in cui troviamo la guerra, il dolore, le persecuzioni, persino la morte, ma in cui vi è anche la poesia e l’amore.

Mi ha colpito in modo particolare questo ripercorrere i luoghi della Ginzburg, intendo fisicamente. La Petrignani ha visitato le case in cui questa è vissuta e si è espressa anche attraverso le testimonianze di chi la Ginzburg l’ha conosciuta, restituendoci immagini vivide della sua vita e della sua personalità.
Mi vengono in mente due episodi: il primo quando a Pìzzoli, il comune abruzzese in cui Leone e Natalia Ginzburg erano stati confinati, la Petrignani incontra Giuseppina Ioannucci, nel ’40 aveva 11 anni, che ricorda perfettamente il modo spartano della Ginzburg di allevare i figli.

“Ebbe una bimbetta qui, era la fine di marzo ma faceva ancora freddo. Un giorno la vedo che la prende dalla carrozzina e la butta nella neve. L’ha proprio presa dal calduccio della carrozzina e messa sulla neve ’sta povera creatura”.

O ancora quando Lucia Sebastiani, una signora conosciuta nell’ufficio della Toponomastica a Roma, racconta l’episodio della consegna in Inghilterra di una medaglia a T.S. Eliot da parte di Gabriele Baldini, secondo marito di Natalia e direttore dell’Istituto italiano di cultura a Londra.

“Ricordo una volta che Gabriele doveva consegnare una medaglia al grande poeta T.S. Eliot in Istituto: doveva appendergliela al collo. Ma la medaglia volò a terra, con nastro e tutto, e io e Natalia, che eravamo sedute vicine fra il pubblico, ci piegammo sulle sedie in preda a un irrefrenabile fou rire, come non fossimo in presenza del più grande poeta vivente”.

Ma ci sono anche pagine toccanti di una bellezza rara, di una delicatezza commovente come quelle che descrivono la fuga da Roma di Natalia, vedova di 28 anni con tre bimbi al seguito, che si rifugia a Firenze dalla famiglia Saba, dopo aver dato l’ultimo saluto al primo marito Leone nel carcere di Regina Coeli, morto per mano tedesca. È Linuccia Saba a raccontare.

“Bussarono mentre nella stanza eravamo in tanti. Aprii di colpo: sulla porta c’era una donna con un fazzoletto nero in capo, un bambino in collo e due attaccati al vestito. Restò muta a guardarci, e tutti, come per una muta intesa, davanti a lei si alzarono in piedi. Mia madre fu la prima a riconoscerla e abbracciarla. Era Natalia Ginzburg”.

Tante sono le pagine che vorrei qui riportare a sostegno dell’immenso lavoro di Petrignani ma scelgo, per concludere, un passo di un articolo scritto dalla Ginzburg sull’Unità dell’11 giugno 1984, in occasione della morte di Enrico Berlinguer e che la Petrignani non manca di menzionare.

“Era timido, e i personaggi politici o pubblici abitualmente non lo sono. Era mite, e i personaggi politici o pubblici sono abitualmente stizzosi e rissosi. Era schivo. Aveva l’aria di chi non ama se stesso, non pensa a se stesso, non contempla mai la propria immagine dentro di sé […] era triste, di una tristezza forse nativa, ma cresciuta e maturata nella conoscenza del vero. Era triste, e i personaggi politici abitualmente non sono tristi, perché il vero non lo affrontano, ma lo tengono a opportuna distanza.”

È un libro scritto con precisione e garbo su come la Ginzburg sia diventata l’unica donna ad avere un ruolo di prestigio nel mondo culturale del XX secolo e soprattutto un potere editoriale, fino ad allora di esclusiva prerogativa maschile.
Sandra Petrignani ci ha donato certamente una fotografia chiara, nitida e schietta di una scrittrice straordinaria, ma soprattutto quella di una donna che ha saputo affrontare tragedie immani e che ha trovato la forza di proseguire con caparbietà, continuando a portare nel suo bagaglio quella malinconia che l’ha accompagnata sin dall’infanzia e che ha illuminato di una luce particolare le sue opere.
Uno splendido libro tributo che attribuisce a Natalia Ginzburg il giusto collocamento tra le figure più rappresentative della cultura e della letteratura italiane del secolo scorso.
Buona lettura.

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