Intervista a Nadia Terranova

Di |2019-06-07T16:11:44+00:00Giugno 7th, 2019|

Ho avuto il piacere di incontrare Nadia Terranova nell’ambito del “Festival Armonia. Narrazioni in Terra d’Otranto e rivolgerle alcune domande.

Nadia Terranova – Nata a Messina nel 1978, è laureata in filosofia, dottorata in storia moderna e vive a Roma. Collabora con diverse testate tra cui Repubblica, Internazionale e il Foglio, è docente alla Scuola del libro di Roma ed è fra gli autori di Pascal su Radio Due Rai. Per ragazzi ha pubblicato Caro diario ti scrivo…, Bruno il bambino che imparò a volare, Storia d’agosto, di Agata e d’inchiostro, Le mille e una notte, Le nuvole per terraCasca il mondo. A gennaio 2015 è uscito il suo romanzo d’esordio Gli anni al contrario (Einaudi Stile Libero, 2015 e poi Einaudi Super ET, 2016; vincitore dei premi Brancati, Fiesole, Grotte della Gurfa, Bagutta Opera Prima, Viadana e Viadana Giovani, Bergamo, Adotta un esordiente, Premio Narrativa Anni di Piombo Luigi Di Rosa e del premio italo-americano The Bridge Award per la narrativa, tradotto in Francia e in corso di traduzione negli USA).

Il suo ultimo romanzo è “Addio Fantasmi”, pubblicato a settembre 2018 sempre per Einaudi Stile Libero.

Nadia è un vero piacere conoscerti. Ho letto “Addio fantasmi” poco tempo dopo la sua uscita e l’ho trovato incisivo, complesso e bellissimo. Ti rivolgo una domanda che ti avranno fatto in molti, ma vorrei che rispondessi per i lettori di My library. Come nasce Addio fantasmi?

Nasce da una donna, me, che guarda da dentro una casa un tetto che si sgretola sotto la pioggia e che presenta problemi eterni di umidità. Nel momento in cui ho pensato a figlia, madre, assenza del padre materializzatasi sotto forma di raffiche di tramontana che corrode la casa, ho anche messo a fuoco il fatto che questo per me era un nucleo potentissimo ed ho cominciato a scrivere. Ovviamente poi mi sono chiesta quanto di universale ci potesse essere; parto sempre da qualcosa che mi attanaglia e poi mi chiedo quanto ci sia di “saccheggiabile” per tutti. Mi sono così ritrovata a fare i conti non con un fantasma, ma con più fantasmi, con tutte le apparizioni spettrali con cui facciamo i conti nelle nostre vite, compresi noi stessi, con tutto ciò che ci ricorda un passato che non c’è più, con tutto il presente che abbiamo a disposizione.

Noi siamo al Sud. E il Sud dovrebbe vivere di cultura, anzi potrebbe vivere di cultura, e occasioni come il Festival Armonia sono utili a ricordare, almeno secondo me, che siamo in periferia dal punto di vista geografico, ma che invece possiamo essere al centro dal punto di vista culturale e sociale. Tu sei di Messina, cosa significa per te tornare al Sud?

Vivo continuamente in maniera randagia, tornando spesso al Sud, in Puglia e in Sicilia. Anche questa volta dopo essere stata qui nel Salento, andrò in Sicilia, a Messina per qualche giorno. E devo dirti che questo verbo “tornare” mi pone qualche problema. Perché non è mai un vero ritorno. In realtà per me è andare e forse quando ritorno a Roma, penso che sto ritornando. Ma anche Roma è Sud. Tendo a considerare tutto come il sud di qualcosa, qualsiasi terra è per me al sud di qualcos’altro.

Ci sono nel romanzo dei passaggi meravigliosi tra cui “Capii in quel momento cosa è davvero una madre, qualcosa da cui non esiste riparo”. È la tua idea personale di maternità?

Si, lo è. Il fatto che non esiste riparo può essere inteso in una miriade di modi. Uno di questi è sicuramente quello del pericolo, ma un altro è quello dell’esposizione che è amore. Non puoi ripararti dallo sguardo di una madre. Sei sempre nuda davanti allo sguardo di una madre; nel momento in cui tua madre ti guarda, quell’amore riesce a perforare tutto: come sei vestita, che scelte hai fatto nella vita, quanto sei andata lontano. C’è qualcosa di feroce in questo continuo scoprire. La nostra giornata è fatta di panni indossati e lo sguardo di una madre li polverizza sempre. E non è sempre bello, non è sempre quello che vogliamo. A volte può accudire, ma quello stesso accudimento che è amore può essere offesa e ferita. Non ci sono maschere con la madre, e non perché non si possano dire bugie, ma c’è qualcosa di così profondo nello sguardo tra una madre e una figlia, e ribadisco figlia, perché il rapporto tra madre e figlio, certamente non meno denso o problematico è comunque differente, qualcosa che appartiene all’essere entrambe donne, all’aver fatto delle scelte profonde che spesso riguardano il proprio corpo, che è molto forte anche rispetto agli uomini.

Nella tua formazione di lettrice prima e di scrittrice poi, quali sono gli autori che ti hanno condizionata o che ti hanno fatto riflettere in modo più pregnante, più significativo rispetto ad altri?

Io ho provato un grande trasporto, un grande stordimento, leggendo Via Gemito di Domenico Starnone che reputo uno dei testi davvero fondativi del nostro immaginario contemporaneo. E cito lui altrimenti si finisce sempre per citare classici o nomi comunque già noti o attraversati. Kafka resta uno scrittore molto importante e La metamorfosi il primo racconto che mi ha fatto capire che dicendo qualcosa di apparentemente irreale e impossibile si poteva raccontare la verità. E poi gli autori che sono la mia costellazione: Cesare Pavese, Natalia Ginzburg, Elsa Morante, Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino. Mi è impossibile pensare ad una mia formazione di lettrice senza di loro.

C’è qualcosa di questi autori che vorresti ci fosse anche nella tua scrittura?

Mi piacerebbe avere la misuratezza di Natalia Ginzburg, l’impegno civile di Sciascia, la lingua festosa di Gesualdo Bufalino, la leggerezza di Brancati. Potrei andare avanti scegliendo di ognuno una caratteristica o anche più di una, ma diciamo una per arrivare all’osso.

Sei anche una scrittrice per ragazzi. Ricordo “Bruno. Il bambino che imparò a volare”. Pensi di continuare a scrivere per loro?

Ho scritto diversi libri per ragazzi e credo che li scriverò sempre, anche come intervallo tra un romanzo e l’altro. Mi piace scrivere per ragazzi. Dopo “Addio fantasmi” è uscito “Omero è stato qui” che è un piccolo libro dedicato ai miti e alle leggende dello stretto. Credo che sia una bella palestra per uno scrittore misurarsi sempre con l’attenzione dei più piccoli.

Un’ultima domanda Nadia. Attualmente hai già un’altra storia in testa?
Si, ce l’ho, e appena finisce il Premio Strega inizierò a scriverla.

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Le recensioni riguardanti Nadia Terranova

Addio fantasmi – Nadia Terranova

Edito Einaudi, Addio fantasmi è il nuovo libro di Nadia Terranova. Profondo e forte, tratta di ossessioni, di assenza, di domande senza risposta e di fantasmi. Quei fantasmi che si ostinano ad accompagnare il corso della vita, che diventano effettiva presenza, ingombrante e concreta. Ida ha trentasei anni, lavora e vive a Roma insieme al marito. È in questa città che ha ricostruito la sua vita. Una mattina di metà settembre la madre le telefona per avvisarla che entro qualche giorno cominceranno i lavori nella loro abitazione di Messina. Il tetto ha bisogno di essere riparato prima che la casa sia venduta e c’è dunque bisogno del suo aiuto per selezionare le cose da tenere. Ma qui ogni oggetto, ogni parete, ogni stanza le restituisce istantanee del proprio passato, momenti di vita vissuta insieme ai genitori e poi ancora di quelli con la sola madre. Ogni cosa evoca l’abbandono subito, l’angoscia provata, i perché inspiegabili. Suo padre Sebastiano, quando lei aveva tredici anni e frequentava la terza media, un giorno è uscito di casa senza più fare ritorno.

by |Ottobre 29th, 2018|Categorie: Recensioni Libri, Terranova, Nadia, Ultima Recensione|0 Commenti
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Intervista a Nadia Terranova
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Intervista a Nadia Terranova
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Ho avuto il piacere di incontrare Nadia Terranova nell'ambito del "Festival Armonia. Narrazioni in Terra d'Otranto" e rivolgerle alcune domande. Nadia è un vero piacere conoscerti. Ho letto “Addio fantasmi” poco tempo dopo la sua uscita e l’ho trovato incisivo, complesso e bellissimo. Ti rivolgo una domanda che ti avranno fatto in molti, ma vorrei che rispondessi per i lettori di My library. Come nasce Addio fantasmi?Nasce da una donna, me, che guarda dentro una casa un tetto che si sgretola sotto la pioggia e che presenta problemi eterni di umidità. Nel momento in cui ho pensato a figlia, madre, assenza del padre, materializzatasi sotto forma di raffiche di tramontana che corrode la casa, ho anche messo a fuoco il fatto che questo per me era un nucleo potentissimo ed ho cominciato a scrivere. Ovviamente poi mi sono chiesta quanto di universale ci potesse essere; parto sempre da qualcosa che mi attanaglia e poi mi chiedo quanto ci sia di “saccheggiabile” per tutti. Mi sono così ritrovata a fare i conti non con un fantasma, ma con più fantasmi, con tutte le apparizioni spettrali con cui facciamo i conti nelle nostre vite, compresi noi stessi, con tutto ciò che ci ricorda un passato che non c’è più, con tutto il presente che abbiamo a disposizione.
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