Il gatto di piazza Wagner

Unica prova narrativa di Diego Lanza, noto invece per la sua fondamentale e copiosa produzione diretta alla comprensione della cultura classica, Il gatto di piazza Wagner è un libro prezioso per il suo contenuto e per essere il primo di una nuova collana de L’orma editore, I Trabucchi.
Ho pensato all’antica macchina da pesca “che un uomo solo non basta a manovrare”, alla sua imponente costruzione. Ho considerato il meccanismo perfetto e antico del trabucco ed ho immaginato la situazione del gettare le reti per raccogliere non pesci, ma storie, volti, voci di grande valore.

Adesso che ho terminato la lettura di quest’ultimo Lanza, quelle suggestioni, quei pensieri, quelle immagini, sono state sostituite dalla certezza che il percorso della nuova collana de L’orma non avrebbe potuto avere esordio migliore.

Le ragioni sono numerose.
Il gatto di piazza Wagner è il racconto dell’infanzia milanese di Diego Lanza nel periodo che va dal Fascismo agli anni Sessanta. Ma non è la semplice autobiografia di un uomo di straordinaria cultura, non è solo una raccolta di ricordi o uno spaccato di memoria famigliare. È una narrazione il cui perno è la natura del proprio rapporto con la memoria.

Di chi sono i ricordi? So di ricordare cose che non ho mai visto, che non avrei mai potuto vedere, che si compirono prima, persino molto prima della mia nascita. Eppure anche questi ricordi sono miei.

È questo domandare ricorrente, questo dubitare, questo ricercare, il maggiore punto di forza della narrazione. Non certezze, non dati oggettivi e incontrovertibili, ma l’interrogarsi sulla propria identità che nasce dal ricordo.
Non ricordiamo soltanto ciò che abbiamo vissuto, ma anche le cose che ci vengono raccontate, e dunque anche i ricordi degli altri, contribuiscono a formare gli elementi identitari della nostra esistenza.

I miei ricordi dunque una volta di più non sono che ricordi altrui, o sono ormai anche diventati miei, se sono in grado di provocarmi emozioni sconvolgenti? E in che misura il senso stesso della nostra identità, quello che noi percepiamo come il noi stessi, non è proprio affidato a una quantità di queste sintesi tra ciò che abbiamo effettivamente vissuto e ciò che ricordiamo di aver vissuto anche se, almeno in parte, altri l’ha vissuto per noi?

 

Ricordare è salvare qualcosa dall’oblio, salvare quel qualcosa di noi che non potrà più essere. E qui non può che tornare in mente Annie Ernaux.

Diego Lanza possiede una prosa raffinata e lucida, elegante e semplice. Senza alcuna traccia di superiorità, di compiacimento o di spocchia, delinea la figura paterna, quella dello scrittore, giornalista e drammaturgo Giuseppe Lanza, amico di letterati come Solmi e Montale. Un uomo rimasto solo, in una Milano martoriata dalle bombe, con un bimbo di sei anni da crescere e la preoccupazione di proteggere la famiglia della moglie scomparsa.

Della madre non può evocare molto. È “tornata nel paese dei cigni”, quando lui aveva solo sei anni. Era quello il luogo da cui si veniva, ma anche quello dove si scompariva per sempre. Era il luogo di non ritorno.

Il cigno svolgeva dunque l’ufficio della cicogna, ma era anche il quieto animale della morte.

E poi ancora gli amici di famiglia Iole e Nino, lo zio d’America Ramy, la zia Bela, e un ritratto particolarmente nitido e riuscito della maestra Buttazzoni. Quelli elencati sono solo alcuni dei personaggi che animano le pagine de “Il gatto di piazza Wagner”, ma tutti senza eccezione contribuiscono alla composizione di un affresco familiare e sociale vivido e originale.
Una sorprendente irruzione nella memoria, corroborata dall’utilizzo di una lingua attenta, precisa e netta, mi fa pensare a Il gatto di piazza Wagner come a uno dei libri più interessanti e singolari che io abbia letto quest’anno.

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Sommario
Il gatto di piazza Wagner - Diego Lanza
Titolo
Il gatto di piazza Wagner - Diego Lanza
Descrizione
Unica prova narrativa di Diego Lanza, noto invece per la sua fondamentale e copiosa produzione diretta alla comprensione della cultura classica, “Il gatto di piazza Wagner” è un libro prezioso per il suo contenuto e per essere il primo di una nuova collana de L’orma editore, I Trabucchi. Ho pensato all’antica macchina da pesca “che un uomo solo non basta a manovrare”, alla sua imponente costruzione. Ho considerato il meccanismo perfetto e antico del trabucco ed ho immaginato la situazione del gettare le reti per raccogliere non pesci, ma storie, volti, voci di grande valore.
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