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Favola di New York
Mi sono sempre piaciute le favole, forse per lo spirito di avventura, per la magia, per le creature fantastiche che le popolano, per le infinite possibilità. O forse per i repentini e inaspettati mutamenti di fortuna e per quel finale “e vissero per sempre felici e contenti”.
Questa favola inizia a New York nel 1968, durante uno sciopero della nettezza urbana, quando Lillian e Brian si incontrano nel Queens.

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Lillian Kagwa era emigrata dall’Uganda, Brian West veniva da Syracuse, un distretto alieno quasi quanto l’Africa orientale. La figlia delle terre africane e il nativo dei territori a nord di New York si incontrarono in un’agenzia per modelle di infimo livello sul Northern Boulevard, e nessuno dei due era un cliente.

Una fiaba alla vecchia maniera che parte dall’amore a prima vista di Brian, agente di custodia, e da quello più cauto di Lillian, segretaria. Brian fatica non poco per conquistarla, ma con il tempo ci riesce e la fiaba si avvera. Sono felici, si sposano, nasce Apollo. Ma quanto dura? Quando Apollo ha quattro anni Brian è già svanito nel nulla e cresce con la sola madre. Al bimbo resta una scatola di libri e un incubo ricorrente. Da adulto diventa un commerciante di libri antichi, si innamora della bibliotecaria Emma, hanno un bimbo che chiamano Brian, come il nonno.
Una nuova favola, una nuova speranza, una nuova magia sembra davvero possibile. Fino a che non si dissolve con il gesto incomprensibile e terribile di Emma, che sparisce senza lasciare traccia.
Di che cosa non si è accorto Apollo? Quanto nera è l’oscurità che si cela nel cuore e nell’anima di chi amiamo, di chi ci fidiamo? Ma soprattutto è davvero tutto terribile come sembra? O lo è ancora di più?
Apollo scopre che Emma è ancora in vita e si nasconde. Comincia così a cercarla prima su un’isola dell’East River, poi nel cimitero di Long Island, infine nel Queens, a Forest Hill, nella sua parte più nera, recondita e selvaggia, dove qualcosa di terribile vive all’insaputa di tutti o di quasi tutti.
Ma una fiaba cupa e moderna non poteva prescindere dal mondo virtuale e dall’immenso potere dei social network, soprattutto in una metropoli caotica e ricca di possibilità come New York. Informazioni, foto e like sono veri e propri inviti. Inviti ad entrare nel proprio mondo, nella propria casa, nella propria famiglia. Ogni occasione è buona per condividere eventi, feste, emozioni, vere o presunte. E se fossero dei mostri ad accettare questi inviti?
È un romanzo accattivante questo di LaValle, capace di unire verità cruda a fantasia spietata, quotidianità reale a camaleontica immaginazione.
Numerosi gli spunti di riflessione: esposizione mediatica, paure irrisolte, difficoltà di comunicazione nell’ambito delle relazioni, in particolare quelle familiari, discrepanza tra ciò che appare e ciò che è. Tutto descritto attraverso una scrittura incalzante e “favolosa”. Vi si trova qualcosa dei fratelli Grimm, qualcosa di Poe, e poi amore, mistero e mito.
E vissero felici e contenti, un finale possibile per ciascuno, ma non eterno…

Una brutta fiaba ha sempre qualche maledetta morale. Una grande fiaba dice semplicemente la verità.

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Sommario
Favola di New York - Victor Lavalle
Titolo
Favola di New York - Victor Lavalle
Descrizione
Favola di New York di Victor Lavalle - Mi sono sempre piaciute le favole, forse per lo spirito di avventura, per la magia, per le creature fantastiche che le popolano, per le infinite possibilità. O forse per i repentini e inaspettati mutamenti di fortuna e per quel finale “e vissero per sempre felici e contenti”.
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