
Un titolo molto eloquente quello del nuovo libro della brillante Mazzantini.
Questa volta anima della storia è la coppia o meglio quella che un tempo era una coppia.
Delia e Gaetano i protagonisti: 2 giovani tra i trenta e i quaranta anni che hanno vissuto un grande amore e vivono ora una sofferta separazione. Delia e Gaetano i genitori di Cosmo e Nico. Delia e Gaetano artefici della costruzione prima e della demolizione poi della loro famiglia. Delia rimasta a vivere con i bimbi nella loro casa; Gaetano sistemato in un residence. Come sia stato possibile arrivare a tutto ciò è una domanda destinata a restare senza risposta.
Un tempo l’amore e la voglia di vivere, di divertirsi insieme era enorme; ma del fuoco e della passione iniziali è rimasto solo cenere. Una cenere intrisa di rabbia, dolore, ferite che forse guariranno, ma al prezzo di un inesorabile fluire di tempo e vita. Inevitabile chiedersi quanto tempo dovrà trascorrere per non farsi più male, per non sentire più quella morsa che ti lascia senza respiro, quei graffi profondi sul cuore.
Una cena tra i due può essere l’occasione per confrontarsi e comprendere o forse è solo un altro, l’ennesimo, momento per scaricarsi addosso colpe e veleni. Senso del fallimento, inadeguatezza, ma allo stesso tempo istinto di protezione e voglia di guardare dove il cuore può battere ancora sono tutti sentimenti che bene emergono dalla narrazione.
Talmente attuale e per certi versi crudo che molti di noi potrebbero riconoscersi e immedesimarsi. La scrittura della Mazzantini è certamente interessante, ma a mio parere non coinvolge alla stessa stregua di “Non ti muovere” o “Venuto al mondo”. Forse i troppi flashback e il linguaggio a volte volgare e gratuito hanno reso la narrazione frammentaria e sensazionalistica.
Disperata e sincera confessione di un uomo. In una giornata di pioggia una ragazza di quindici anni caduta dal motorino, viene trasportata nell’ospedale in cui il padre lavora come chirurgo. Ed è qui che comincia la straziante attesa di Timoteo, stimato professionista e padre poco presente. Qui i ricordi, le riflessioni sul proprio passato, assumono la forma di un monologo, di una presa di coscienza, di una preghiera. Emerge così una torrida estate di tanti anni prima, uno squallido quartiere di periferia e una donna. Una donna dal nome spropositato, Italia, dall’aspetto insignificante, emarginata, derelitta, da cui però Timoteo si sente attratto in maniera irresistibile. Il suo raffinato matrimonio entra in crisi; viene travolto da una relazione ambigua e conflittuale di degrado e tenerezza, di squallore e dolcezza, di sensi di colpa e slanci di generosità. Può un uomo della sua posizione mettersi veramente in discussione e scegliere una passione, un amore così lontano dal mondo borghese di falso perbenismo che conosce? Essere vili è più facile che essere autentici… Poi il tragico epilogo della morte di Italia e paradossalmente la nascita di Angela. Morte e vita che si intrecciano in maniera ineluttabile. Il racconto diventa quello di un padre che catapulta la giovane figlia nel suo inconscio di uomo. Intervento chirurgico reale da una parte e bisturi immaginario dall’altra che entra nei ricordi provocando infinito dolore. “Non ti muovere” così Timoteo implora sua figlia di non morire, di non muoversi, di non mollare e farsi sfuggire la vita. Un racconto splendido da cui emergono difficoltà di amare e scegliere, viltà ed egocentrismo, ma che allo stesso tempo narra di come un trauma possa far cadere le difese e spogliare di ogni ipocrisia.

