Niccolò Ammaniti

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Niccolò Ammaniti

Category: Ammaniti, Niccolò

FangoNiccolò Ammaniti ha scritto e pubblicato Fango nel 1996.
A metà degli anni novanta un gruppo di giovani scrittori italiani, tra cui Ammaniti, venne etichettato con la definizione di cannibali per l’efferatezza e la violenza dei loro racconti. E’ il cosiddetto genere pulp la cui origine risale ai primi anni venti con storie pubblicate a puntate sulle riviste denominate Pulp magazine. Avevano delle copertine molto belle, ma la carta utilizzata per le pagine interne non era rifilata, ma di polpa di legno (da qui pulp ) e dunque di qualità molto scarsa. Numerosi adattamenti cinematografici sono stati tratti negli anni quaranta proprio da questi racconti a puntate fino ad arrivare al pulp di oggi che, soprattutto dopo il film di Quentin Tarantino Pulp Fiction, ha esteso il suo significato a tutto ciò che propone contenuti forti, situazioni macabre o crimini violenti e assurdi. Tutto questo per dirvi del genere letterario a cui Fango appartiene e di quanto possano essere crudi gli avvenimenti in esso narrati.
Fango è composto da sette racconti in cui le abilità straordinarie di Ammaniti di intreccio e di creazione di storie ai limiti della realtà ti lasciano senza fiato.
Il primo racconto, il più lungo dei sette, L’ultimo capodanno dell’umanità, comincia con il presentarci tutti i personaggi, riuniti in un comprensorio sulla Cassia, con quei particolari grotteschi e tragici che caratterizzano la nostra società, priva ormai di veri sentimenti e valori. La violenza cieca è l’elemento di spicco che schiaccia qualunque cosa o persona e il finale è davvero esplosivo.
Follia lucida e spietata fanno di Rispetto il racconto forse più agghiacciante con la descrizione della serata trascorsa in discoteca da tre giovani e del loro “anonimo” ritorno a casa.
A Londra è invece ambientato Ti sogno, con terrore che narra dell’ossessione di una giovane studentessa tormentata da continui sogni erotici che la ritraggono insieme al suo ex. Un ex fidanzato che, proprio in coincidenza di quei sogni, diventa il principale indiziato di alcuni efferati delitti avvenuti tempo prima a Roma.
E come non essere coinvolti da Fango (Vivere e morire al Prenestino) e dal tragico epilogo della storia del giovane gangster Albertino. Quasi una trasposizione delle storie di Quentin Tarantino nella realtà della periferia romana, narrata con un non comune senso del ritmo.
Angosciante e claustrofobico è Carta in cui gli addetti alla disinfestazione della Usl entrano nell’appartamento di una donna dalla mente confusa dal dolore e dalla solitudine e “portano a termine” il loro lavoro.
Più leggero, ma surreale è Ferro che racconta la vicenda di un giovane che, alla ricerca di sesso a pagamento, si imbatte in una famiglia molto originale.
E infine Lo zoologo che mi è particolarmente caro con la sua vena comica, o forse ridicola, mette in luce una parte del mondo universitario e qualche suo geniale studente.

Un libro forte, sotto tutti i punti di vista. La fantasia vulcanica dell’autore con le sue storie che sembrano strade di un labirinto, ma che poi quasi per magia confluiscono in un sol punto, i personaggi caratterizzati con abilità dal punto di vista psicologico, l’incomparabile vena grottesca e tragica insieme fanno di Ammaniti e del suo appassionante e avvincente modo di raccontare uno straordinario esempio di giovane scrittore meritevole di successo e fama.

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Ti prendo e ti porto viaNiccolò Ammaniti ha scritto e pubblicato Ti prendo e ti porto via nel 1999.
E’ ambientato a Ischiano Scalo, un paese di poche case accanto ad una laguna infestata dalle zanzare, un luogo in cui il mare c’è ma non si vede. Il clima torrido d’estate e gelido d’inverno tiene a debita distanza qualsiasi turista.
Il protagonista è Pietro Moroni, un timido e intelligente studente di scuola media con una famiglia “difficile”. Accanto a quelle di Pietro, si snodano le vicende dell’eterno adolescente e play boy fallito Graziano Biglia. Due storie che corrono parallele e che alla fine si ricongiungono.
Il racconto ha inizio con la scoperta della bocciatura di Pietro e prosegue con il ritornare indietro di sei mesi per narrarci le vicende accadute durante l’anno scolastico.
Pietro ha già un destino segnato: ha un padre violento e alcolizzato; una madre depressa che non è in grado di seguire alcuno dei figli; un fratello poco intelligente e poco affezionato a lui. L’unica persona con cui può parlare è l’amica Gloria. Non è una amicizia nata sui banchi di scuola; risale a quando la madre di Pietro faceva le pulizie a casa di Gloria, il cui padre è un direttore di banca. Inizialmente Pietro diventa il nuovo giocattolo della viziata coetanea, ma pian piano diventa un vero amico, compagno di avventure e di scoperte. E’ un sentimento sincero, forse addirittura un amore in erba il loro. Gloria è un po’ arrogante, bella, la più bella della scuola e Pietro è convinto che da grande diventerà Miss Italia. Tra loro la differenza di classe o di casta è talmente evidente che a scuola Pietro suscita le invidie dei piccoli teppisti di cui spesso è succube.
Gloria è mortificata per la bocciatura di Pietro ed essendo solidale con lui cerca di aiutarlo a superare il momento e a realizzare una piccola vendetta. Ma la tragedia lo travolgerà con tutta la sua potenza distruttiva.
A questa storia d’amicizia e amore si lega quella tra Graziano Biglia e Flora Palmieri, due persone che apparentemente non hanno nulla in comune. Graziano, dopo anni di vita sregolata fatta di musica sesso e droga, torna a Ischiano Scalo e si innamora della professoressa Palmieri, insegnante di Pietro. Flora è una donna sola, bella senza esserne consapevole, considerata fredda e scostante, dal passato difficile, con una madre ridotta ad un vegetale che lei accudisce amorevolmente. Graziano è per Flora una possibilità di salvezza, l’uomo con cui cominciare finalmente a vivere; e Flora è per Graziano l’ultima possibilità di redenzione.

E’ un racconto reso avvincente dall’intreccio di destini tragici, da amori senza poesia, da personaggi ben caratterizzati. Straordinaria è l’abilità di Ammaniti nel creare storie parallele che vanno poi a ricomporre un quadro finale e unitario perfettamente strutturato. Una descrizione asciutta e senza giudizi, un lucido affresco di squallida periferia.

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Come Dio comanda

Pubblicato nel 2006, Come Dio comanda di Niccolò Ammaniti è il vincitore del Premio Strega 2007, riconoscimento letterario gestito dalla Fondazione Bellonci.
Sullo sfondo di una desolante periferia si snodano le vicende di Rino e Cristiano Zena, padre e figlio con il loro complesso legame, e quelle degli amici Danilo, segnato dalla morte della figlia di tre anni e dall’abbandono della moglie, e Corrado, quest’ultimo detto Quattro Formaggi per la sua insana passione per la pizza ai quattro formaggi. Rino è un uomo violento, alcolizzato, senza un lavoro stabile, sotto il controllo di un assistente sociale che minaccia di togliergli la custodia del figlio dodicenne. Rino e Cristiano sono uniti da un amore profondo, ma è anche un amore intriso di sopraffazione e violenza, di culto della forza e spirito di sopravvivenza. Il loro rapporto è al centro del racconto. Rino, Danilo e Corrado costituiscono un trio di balordi, quasi un clan. Annaspano nella loro esistenza, travolti dall’odio per chi è diverso da loro o solo più debole e succubi delle paure, delle incertezze, della vita stessa. E proprio come un vero clan, escogitano un modo per uscire da quella miserevole situazione e dare finalmente una svolta alla loro vita: decidono di scassinare un bancomat. Ma la notte in cui è programmato il colpo, diversi tragici eventi cambieranno per sempre le loro esistenze…
Questo romanzo, come accaduto per altre precedenti opere dello scrittore, ha provocato differenti reazioni sia tra il pubblico sia tra i critici letterari. Accoglienza certamente positiva è stata quella del regista Gabriele Salvatores che ha deciso, come accaduto per il precedente Io non ho paura, di trarne un film.
Brutali e a momenti tragicomiche sono le situazioni che accompagnano gli irragionevoli, spietati e istintivi personaggi di Ammaniti. Legati tra loro da sentimenti, a volte incomprensibili, di amore e solidarietà , ma terribilmente offuscati dall’emarginazione, dall’ignoranza e distorti dalla solitudine. Sono individui, per quanto disgustosi e violenti, alla ricerca del proprio Dio.
La suggestiva ambientazione, la naturale capacità dello scrittore di dipingere in maniera grottesca e vivace una parte di questa nostra società, il linguaggio crudo, ma scorrevole e fluido e infine la profonda umanità con cui i personaggi vengono descritti rendono questo romanzo avvincente e complesso. So che molti lettori non lo hanno apprezzato, ma io credo che Come Dio comanda non faccia che confermare lo straordinario talento narrativo di Ammaniti.

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Io non ho paura

Michele Amitrano è la voce narrante di questa storia. E’ un bambino di nove anni che vive ad Acqua Traverse, frazione dispersa nella campagna di un Sud Italia non identificato. E’ l’estate del 1978 e fa un caldo torrido.
Il paesaggio è dominato dal contrasto tra luce accecante del sole e oscurità della notte, così come il racconto alterna momenti buffi, divertenti del mondo infantile a difficoltà e drammi del mondo adulto. Storia vista con gli occhi di un bambino da una parte, tragedia che coinvolge i grandi di Acqua Traverse dall’altra.
Sullo sfondo di campi, di spighe, di colline, di case sperdute, la vita di Michele cambia quando, durante una delle lunghe pedalate con la piccola banda di amici, scopre una grotta in cui è tenuto in ostaggio un bambino suo coetaneo. Si trova così a dover affrontare paure e rischi legati a tale ritrovamento, in un viaggio alla scoperta di sé e della realtà che lo circonda che purtroppo è ormai lontana dall’età dei giochi, dallo stupore, dalla fervida immaginazione dei piccoli.
Dal racconto emergono il tema dell’amicizia, del tradimento e dei rapporti con i genitori; in esso si respira un po’ l’atmosfera delle opere di Calvino e Twain.
La storia è davvero coinvolgente, brillante, capace di riportare alla memoria luci, colori e sensazioni dell’infanzia che, con il passare del tempo, inevitabilmente sbiadiscono.

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