Mondo senza fine

recensione e commento del libro

Mondo senza fine - Ken Follett

Mondo senza fine Come tutti gli appassionati dei libri di Follett, mi risulta impossibile non adorare I Pilastri della Terra, uno di quei capolavori che non può mancare in una libreria. Quando si è sparsa la voce che Follett ne stava scrivendo il seguito, sono stato colto da due sensazioni contrastanti: da una parte ero felice di avere l’occasione di tornare a Kingsbridge, dall’altra però mi sentivo angosciato dal potermi trovare davanti ad una semplice mossa commerciale, ad un sequel che come spesso accade, sia per i libri che per i film, risulta inferiore all’originario.
Mondo senza fine però si presenta subito come un seguito atipico: è ambientato nel XIV secolo, quindi essendo passati duecento anni dai fatti accaduti nel primo romanzo, come evidenziato dalla stessa copertina, dei personaggi che avevamo amato ed odiato troviamo solo qualche ricordo.
Come per il primo romanzo, l’autore racconta l’intera vita dei personaggi iniziando da un antefatto che cela un segreto svelato solo alla fine del libro; è il giorno di Ognissanti e quattro ragazzi, alla ricerca di un posto tranquillo per giocare, si allontanano dal priorato, addentrandosi nel bosco: sono Merthin, suo fratello minore Ralph, Caris e Gwenda. Qui sono testimoni di uno scontro tra un cavaliere e due sicari, dove alla fine Merthin, rimasto l’unico ad assistere alla scena, si troverà a condividere con il cavaliere il nascondiglio segreto di una lettera il cui contenuto non dovrà mai essere rivelato. Diventati adulti, le vite dei personaggi si sviluppano su percorsi nettamente diversi, restando però tra loro legate, tutti con un ruolo importante nella collettività.
Merthin rappresenta il nuovo Jack (di cui è un discendente): è un geniale costruttore, figura immancabile in una città ambiziosa e in crescita come Kingsbridge, che avrà come sfida non la costruzione di una nuova cattedrale, ma di una torre per la vecchia, caratterizzata dall’essere la più alta dell’intera Inghilterra.
Caris è la figura più carismatica: figlia di un importante commerciante di lana, sogna di poter curare i malati, convinta di riuscirci meglio dei frati legati a vecchie e spesso inutili credenze; combatterà con tutte le sue forze contro le consuetudini del tempo, prima tra tutte il fatto che solo gli uomini possono diventare dottori, arrivando però a farsi condannare come strega.
Ralph, pur essendo fratello di Merthin, è l’esatto opposto: è attratto dalla lotta e dal potere, e non si porrà scrupoli nella sua scalata sociale.
Gwenda invece, è il personaggio “distante” dagli altri: l’unica povera del quartetto, rappresenta la vita e le ambizioni della classe sociale più numerosa, sottomessa al volere dei potenti; non sogna di erigere torri o avere titoli nobiliari, ma piuttosto l’amore e il bene della propria famiglia.
Infine c’è la figura del priore: se Philip, solo citato all’inizio di questo nuovo capolavoro, era stato un buon frate che, pur commettendo tanti errori, aveva sempre perseguito il bene della città, il trio Anthony-Godwin-Philemon, che si succede in questa carica nel corso del romanzo, si caratterizza per doppi fini e compromessi che evidenzieranno la corruzione della Chiesa e l’antitesi tra il potere spirituale e quello temporale.
Tra i vecchi personaggi o luoghi che abbiamo conosciuto, ce n’è uno però che ancora sopravvive e resta protagonista: è la città di Kingsbridge, con il priorato e la cattedrale, le mura e il ponte, oltre ai suoi abitanti, che tiene insieme tutti i fili delle storie che si sviluppano nel tempo.
Questa nuova opera di Follett parte un po’ lenta, per poi carburare in un vortice di azione, sentimenti e suspance che catturano il lettore e lo portano a soffrire e gioire con i personaggi, tutti descritti con cura dall’autore, sia i più importanti che i marginali. A tutto questo si aggiungono poi le più grandi catastrofi del periodo: la peste, tragedia che significò la morte per un terzo della popolazione europea, e la guerra dei cent’anni. Proprio la “morte nera” rappresenta un ulteriore differenza da “I Pilastri della Terra”: è infatti questa a ricoprire il ruolo di tema centrale, e non più la costruzione della cattedrale, rappresentando un elemento sostanziale per l’evolversi delle vicende.
Follett ha senza dubbio vinto la sua sfida, realizzando un romanzo medioevale basato su una storia carica di sentimenti forti come la passione e la fede, la guerra e il potere, che rievoca il suo primo capolavoro, ma non lo riprende nelle storie e nei personaggi: nasce quindi un’opera “indipendente” dalla prima, che può essere letta senza aver “conosciuto” le avventure narrate ne I Pilastri della Terra.
Va comunque detto che anche un’opera di tale livello presenta qualche difetto: l’autore, particolarmente meticoloso nelle descrizioni, adoperando un linguaggio crudo non lascia nulla all’immaginazione del lettore, neanche i particolari più macabri come l’esecuzione di una condanna a morte per scorticamento; a volte così esagera nelle spiegazioni risultando troppo prolisso. Inoltre eccede nelle descrizioni delle scene e dei desideri sessuali dei protagonisti, troppo presenti nel corso dell’intera narrazione.
Ancora una volta l’autore è riuscito a ritagliarsi uno spazio tra i più grandi scrittori contemporanei con un’opera che rapisce il lettore e che, pur composta da oltre 1400 pagine, sembra non bastare pur di poter restare ancora un po’ in quella magica atmosfera.

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3 commenti su “Mondo senza fine - Ken Follett”

  1. on 13 Dec 2007 alle 3:00 pmlibreria ledi
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    La storia sembra interessante il problema è che risulti una falsa riga del codice davinci.
    Perchè non visitate anche il nostro blog di segnalazioni di novità editoriali: http://www.internationalbookseller.com/new?

    A presto!

  2. on 26 Dec 2007 alle 8:36 amclaudio
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    Bello dal punto di vista descrittivo, ci fa immergere molto bene nell’epoca medievale, scontati alcuni passaggi, ma, nel complesso, un bel libro

  3. on 06 Jan 2008 alle 2:28 amenrico lopidao
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    è stato un po’ difficile iniziare a leggerlo subito dopo aver finito i PILASTRI DELLA TERRA.
    Quindi dopo aver cominciato MONDO SENZA FINE il giorno stesso in cui avevo finito il precedente, ho preferito tenerlo da parte qualche giorno e poi cominciare nuovamente a leggerlo. I duecento anni trascorsi, pur nella presunta immobilità del medioevo, pesano e si fanno sentire. i due universi, per quanto apparentemente simili, sono profondamente diversi. Anche la cattedrale, sebbene sia sempre la stessa, ha un sapore diverso.
    Non so se, appunto, la vicinanza delle due letture ha alterato la mia percezione, ma ci si mette un po’ per entrare nel libro, e farsi avvolgere dalle atmosfere: alcuni personaggi sembrano troppo delle caratterizzazioni e non vanno in prondità, la trama è lenta e prevedibile, alcune situazioni sembrano costruite più per compiacere il lettore che per narrare. Poi, improvvisamente il libro campia tono, ritmo e spessore. Probabilmente il punto di svolta è il crollo del ponte di legno: da quel momento si avverte che l’autore si sente più a suo agio, si ha la sensazione che abbia cominciato a crederci anche lui in quello che andava scrivendo, perde un po’ di manierismo nelle descrizioni sia degli uomini che dei fatti. E da quel punto, io lettore, come mi era successo per il precedente libro, sono stato completamente rapito dalla storia: ho repirato il respiro dei protagonisti, vissuto le loro ansie e i loro dispiaceri, sentito gli odori nauseabondi e visto le immagini raccapriccianti, ho partecipato alle scene d’amore sognando che lady Philippa si materializzasse al mio fianco, in sella al suo cavallo, o accorrendo trafelato, interrompendo la lettura nel pieno della notte, nella camera dei bambini, dopo aver sentito un rumore che fosse solo vagamente simile ad uno starnuto.
    Mi dispisce solo di averlo finito, e continuerei per ore a scrivere nella speranza queste sensazioni vissute non si cancellino troppo presto.

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