” La morte di Benny Munro ” - ” Il quaderno “
January 25th, 2010 by trafficodiparole.com
Abbiamo letto “ La morte di Benny Munro “ scritto da Nick Cave.
Nick Cave è stato il leader e voce del gruppo musicale The Birthday Party; per trentanni ha calcato la scena musicale internazionale, prima in Australia da cui è partito poi a Londra e a Berlino. Il suo genere musicale può essere definito Post-punk[, Gothic rock, No wave. Dei trentadue dischi scritti e pubblicati ricordiamo From Her to Eternity, The Firstborn Is Dead, The good Son, Let Love in, Murder Ballads.. Qualcuno forse se lo ricorda anche nel film “ Il cielo sopra Berlino “ di Win Wenders. E’ anche uno scrittore, il suo primo romanzo, (che è stato giudicato dalla critica “ dalle atmosfere cupamente faulkneriane “), si intitola “ E l’asina vide l’angelo “ (1989). Oggi ha pubblicato il suo secondo libro “ La morte di Bunny Munro “.
Leggendo le prime pagine si provano sensazioni contrastanti, sembra di ritrovarsi in un libro di Barry Gifford o in un racconto di Irvine Welsh o forse in uno di Cormac McCarthy. In una di quelle storie selvagge che andavano forte negli Anni Ottanta. Ancora dopo trenta pagine non riuscivamo a capire se eravamo di fronte ad un capolavoro nel suo genere oppure se stavamo leggendo una fesseria fuori epoca. Andando avanti siamo stati avvolti dallo sconcerto e dalla follia di una storia feroce, disperata, poetica ed anche buffa e incandescente. Allen Ginberg negli anni Settanta consigliava di leggere Siddartha in acido lisergico, noi, molto più modestamente, diciamo che si dovrebbe leggere questo libro attraverso il vetro opaco di un bicchiere di whiskey pieno a metà. E allora tutto torna, tutto diventa credibile, commovente e malato. A questo punto pensando a Benny, a suo figlio Benny junior, alla sventurata Libby, ai colleghi di lavoro e al mondo circostante ci viene in mente una frase che andava di moda negli anni Sessanta: Dio è morto. E non come dicevano Guccini o Woody Allen. Allora Dio sembrava morto ma era solo in afasia estatica. In questa storia Dio è veramente morto e i poveri personaggi di questa fiaba metropolitana ne sono consapevoli ed hanno paura di vivere, di soffrire ed anche di fermarsi.
Benny Munro è allo stesso tempo un uomo ridicolo, un guerriero spaventato, un fantozzi anglosassone del Ventunesimo Secolo. Benny teme il mondo perché crede di conoscerlo, sicuramente conosce il lato più osceno della vita e cerca di salvarsi attraverso quello che gli piace di più: scopare. Ha paura della vita e per esorcizzarla non pensa ad altro che al corpo delle donne o a farlo. Ha il pene spesso in erezione anche a un funerale o davanti a una poliziotta che minaccia di arrestarlo. Se non copula ogni volta che si sente giù si deprime ancora di più. E allora beve e fuma fino a crollare. Per lui il sesso è come la droga per un tossico, come il lavoro per un alienato, come un’esperienza estrema per chi cerca adrenalina. Benny è in fondo un brav’uomo di cinquantanni, col ciuffo alla Elvis, la cravatta azzurra con dei conigli sdraiati su nuvole e il ‘pacco’ in evidenza spesso gonfio. Vende prodotti e creme di bellezza a solitarie casalinghe con mariti distratti e assenti e spesso con voglia di trasgressione. Gira tutta la settimana per il sud dell’Inghilterra e torna a casa il fine settimana. Da una moglie depressa e da un figlio di nove anni un po’ scemo ma dalla memoria prodigiosa. Quando torna un sabato mattina a casa scoppia la tragedia, sua moglie si è suicidata e il bambino gira per casa come uno zombie. C’è il funerale e poi gli ultimi tre giorni di vita di Benny che non sapendo come reagire al dolore e al senso di colpa di una vita al fondo riparte per lavoro e si porta con sé il figlio che resta in auto in attesa del padre che va a vendere i prodotti casa per casa. Tragico e disperato il personaggio di Benny, struggente e delicato quello del piccolo Benny Junior, un bambino che adora suo padre nonostante tutto ma che diventa come lui solo una volta. Credibili tutti gli altri personaggi che se fossero i protagonisti certo ci stupirebbero nel vuoto di vite nude. Ritornando alla domanda precedente, siamo convinti di essere inciampati in un piccolo gioiello narrativo che invitiamo a leggere a tutti coloro che non vivono “in un paese per vecchi”.
Abbiamo letto “ Il Quaderno “ di Josè Saramago.
Saramago è un giovanotto di quasi ottantotto anni che vive da circa vent’anni a Lanzarote ma torna spesso nella “sua” Lisbona, la stessa di Eça de Queirós e di Pessoa, del grande regista, sceneggiatore e editore Manoel Candido de Oliveira ( classe 1908 ), la stessa della Voce del Fado Amalia Rodrigues. Ha scritto libri importanti, alcuni necessari – se la vita richiede queste necessità -. Tra i romanzi più conosciuti, anche in Italia, “ Memoriale del Convento “, “ L’anno della morte di Ricardo Reis “, “ Cecità “. Nel 1998 ha ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura. Di non secondaria importanza è che Saramago è un uomo profondamente di sinistra ( essendo un figlio del Novecento si definisce ancora senza imbarazzi “ comunista “ ), pronto a scatti di rabbia, appassionate invettive, contro i guastatori del mondo, i teppisti della politica mondiale, contro le ingiustizie che a molti non sembrano più tali per conformismo, accondiscendenza o perdita di etica. Ma quando torna a essere “solo” uno scrittore, con il suo mondo di filosofo-narratore, con la sua speranza nella natura, ritorna “lontano”, profondo, fantasioso.
“ Il Quaderno “ è la raccolta di vecchi e nuovi scritti apparsi sul blog (dal Settembre 2008 al marzo 2009 ) caderno.josesaramago.org che dei suoi affettuosi amici curano per lui. Tutto cambia per non cambiare nulla: sono articoli per il giornale, pagine di memoria, appunti in punta di penna e memoire che invece di giungere direttamente sulle pagine di un quotidiano o di un libro passano prima per il democratico e gratuito blog che tutti possono leggere se conoscono il portoghese.
“ Il Quaderno “ è un libro a momenti sorprendente, sicuramente piacevole e leggero da seguire, senza inutili fronzoli o prolissità. E’ straordinario che un uomo di quasi novantanni possa seguire e conoscere fatti cosi disparati dalla cronaca allai politica di tutto il mondo e commentare cose che succedono anche in casa nostra. E accalorarsi come fosse un giovanotto di belle speranze che ha tempo da perdere con facezie varie.
Questo “ blog “ – a nostro intendere – è come un banchetto ben addobbato con merletti francesi e bicchieri di cristallo, vini d’annata e cibi saporiti e leggeri, ma ogni tanto, d’un tratto, compare, per poi sparire, un’hamburger al sangue con tanto ketchup. Ci spieghiamo, quando parliamo di merletti e cristalli intendiamo “i pensieri” su Dio “ E’ il silenzio dell’Universo e l’uomo il grido che dà senso a questo silenzio “, oppure “ La sua eternità è solo quella di un eterno non essere “. Quando parliamo di un vino d’annata e… intendiamo pensieri sulla “sua” Lisbona del tipo “ … fisicamente abitiamo uno spazio ma sentimentalmente siamo abitati da una memoria. Memoria che è quella di uno spazio e di un tempo… “. O ancora, quando parlando di Carlos Fuentes ne elogia senza ritrosie o invidie i suoi splendidi libri, per poi dire che non è riuscito a diventargli veramente amico a causa del suo modo di vestire ricercato e curato, per poi sentirsene pentito e dichiararlo. E ancora, quando racconta dell’incontro con il Subcomandante Marcos: andai ad abbracciare Marcos e fu allora che mi disse all’orecchio “ Non abbandonarci “. Gli risposi con lo stesso tono “ Dovrei abbandonare me stesso perché questo succeda “. Termina il “ post “ con una critica al Subcomandante e ai silenzi dell’ultimo anno: “ speriamo che non torni a tacere. Con che diritto lo dico ? Con il semplice diritto di chi non ha abbandonato “. Si potrebbero citare molti altri momenti memoire come questo che fanno bene al cuore in questi tempi così affollati e afasici. Ma d’un tratto nel piacevolissimo banchetto compare quel pezzo di carne sanguinolento confuso nel ketchup a cui avevamo accennato prima, Saramago ci parla di Bush, di Berlusconi, di Aznar: e allora oltre all’eteronimia pessoiana del linguaggio sopraggiunge il disgusto e ci viene voglia di diventare definitivamente vegetariani. Al punto da rifiutare per qualche attimo il banchetto stesso. Da segnalare, come momento di grande letteratura, “ Lettera ad Antonio Machado “ e “ Su Fernando Pessoa “ breve testo che ha fatto sussultare il vostro commentatore.
Una breve riflessione va fatta sulla prefazione di Umberto Eco, perché scrivere prefazioni di mala voglia ? perché scrivere se non si ha veramente niente da dire ? Si rischia di mostrare “ il peggio “ di sé, ed è un vero peccato parlando di un uomo di grande cultura e spessore. Cosa intendo ? lascio voi lettori a giudicare senza altro dire. Cito alcuni passaggi di Eco. Inizio: “ Curioso personaggio questo Saramago “, “… Saramago saprebbe pure che c’è modo e modo anche nell’invettiva. Cito a memoria Borges che citava forse a memoria il dottor Johnson che citava il fatto di quel tale… “, “ Mi pare che oltre che alla gente che odia abbia anche quella che ama “. Per concudere “ Però non ci dispiace anche quando s’imbufalisce. E’ simpatico “. Non è che Saramago sia dio in terra, ma non è nemmeno un cazzaro metallaro al primo libro sui brufoli del mondo.



Coppie assassine è un libro che parla di