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Libri: ecco le ultime recensioni


Vi invito alla lettura del capolavoro di Stefano Baldi artista giovane e  in erba purtroppo stroncato da una brutta malattia.

“SIA FATTA LA TUA VOLONTA’” di Stefano Baldi

http://www.pendragon.it/libri/Linferno/libro-893.html

Io l’ho letto ed è veramente bello!

L’Antigone di Berlino

L’Antigone di Berlino

“E scappò via – almeno col pensiero – dalle mura della prigione e dalle sbarre, fuori dalla cella – e fu libera, sì, per tutto il tempo che ripensò a quella striscia di terra lì fuori, l’antico cimitero pagano, silenzioso da generazioni, intorno all’imponente torre in pietra grezza della Marienkirche, nel quartiere più antico della città….” (da “L’Antigone di Berlino” di Rolf Hochhuth, Vie del Vento edizioni, p. 10).

Una costruzione a mattoni rossi, sorta alla fine dell’ottocento nella quale i detenuti scontavano la loro pena, o in qualche caso, 36 per l’esattezza dal 1890 al 1932, aspettavano l’esecuzione della condanna a morte.

Nella prigione di Plötzensee a Berlino, oggi ricostruita e diventata carcere minorile, trovarono la morte sotto il regime nazista 2891 tra oppositori politici e persone che erano state deportate in Germania ai lavori forzati. Un memoriale, del quale si è occupato l’architetto Bruno Grimmek, inaugurato il 14 settembre 1952, ricorda la follia di un potere che aveva perso il contatto con la realtà e l’immane tragedia patita da coloro che ne subirono le conseguenze.

Anne è la protagonista del dramma di Hochhuth, prigioniera nel braccio della morte e qui ghigliottinata il 5 agosto 1943.

Si tratta di un’Antigone storica, nel senso che l’autore porta il carico simbolico ed espressivo del mito greco all’interno di una vicenda reale, ispirata a Rose Schlösinger, una delle giustiziate del Plötzensee.

La tragedia di Sofocle, alla cui materia questo lavoro si ispira, pone in maniera altamente problematizzata il rapporto da una parte tra le istituzioni e coloro che ne sono gli interpreti, e dall’altra le vittime di quello che diviene, nel momento più acuto della crisi, lo scollamento tra governanti e collettività.

Anche qui Antigone seppellisce il fratello, morto come oppositore del regime, contro le pubbliche prescrizioni, secondo cui i corpi dei traditori dovevano essere avviati all’Istituto di Anatomia. Pur di impedire un simile scempio Anne mette a rischio la propria vita. Questa tensione verso la morte, che anima la sua persona fin dall’inizio della storia, si consuma in uno scenario devastato dalla guerra che ormai si è violentemente impossessata delle consuetudini e degli spazi fisici agiti dalla comunità. Mentre Berlino brucia, il rito di sepoltura tra i vecchi alberi della città e le pietre tombali consumate dal tempo rappresentano “un’isola di pace separata dall’orgiastica ira del fuoco” (p. 11), così come i momenti struggenti dell’addio, dopo l’arresto, volgendo lo sguardo alle stelle dell’Orsa dietro le sbarre, intanto che scrive a Bodo, il suo amore disperato e lontano sul fronte russo che, per una sorte quasi inverosimilmente amara, è anche il figlio del giudice che l’ha condannata.

L’invocazione al paesaggio, prima nel rito per il fratello poi nell’estremo saluto a Bodo, attraverso le stelle che entrambi hanno considerato come punto d’incontro dei loro pensieri, avendo forse presagito fin da prima la loro separazione, fa eco all’addio cantato dell’Antigone sofoclea, e qui si rafforza nella disperata ricerca di un segno tangibile di qualcosa di incontaminato ancora nel mezzo dell’orrore. Questo bisogno di intuire le possibilità della vita nel momento della morte è anche il grido estremo di una coscienza lanciato durante il suo massimo smarrimento che è allo stesso tempo istante di maggior consapevolezza della condizione umana.

Il dramma di Rolf Hochhuth oltre a offrire molti spunti di comparazione con l’opera di Sofocle, facendoci riflettere una volta di più sull’attualità del teatro greco, ci spinge al confronto con i temi della degenerazione del potere e ci mette in guardia dal peso schiacciante che si abbatte sull’individuo, travolgendolo irrimediabilmente, quando la pòlis, e dunque le istituzioni che in essa si realizzano, cessano di essere ambiti condivisi e rappresentati dalla collettività.

Claudia Ciardi, Pisa

Il titolo è lunghissimo, in compenso la casa editrice Linee Infinite è appena nata. Ma ci volevano un titolo e un libro come quello scritto da Sergio Rancati per dare un po’ di freschezza e vitalità all’unica casa editrice che rappresenta il panorama editoriale lodigiano.

Opera prima di uno scrittore non più giovane (quarantacinque anni) che affronta con prosa scorrevole e dettagli intriganti il problema del prossimo futuro esaurimento delle fonti di energia di origine fossile, petrolio, carbone e metano. Una valida alternativa è la realizzazione del progetto di una centrale elettrica a idrogeno che la splendida Margherita ha realizzato e che presenterà alla sua tesi di laurea.

Al riparo dell’egida offerta dall’imprinting rigoroso della madre adottiva Suor Gabriella, il protagonista Giona vive l’avventura dei suoi trentanni fra la ricerca della tomba del gigante Golia, sulle spiagge della Sicilia dopo lo sbarco degli alleati durante la seconda guerra mondiale, a spasso per le dolci colline emiliane e in competizione con la mafia russa, che cerca a tutti i costi di raggiungerli prima che l’NSA americana riesca a trovarli.

Un bel romanzo, per nulla scontato e dalla ricca e approfondita ricerca tecnica, che soddisferà anche i lettori più smaliziati. Quattrocento pagine da leggere con attenzione e affetto per i protagonisti, che fra un’avventura e l’altra discutono sulle ragioni della loro esistenza e sull’opportunità e la possibilità di vivere liberamente, secondo il rpincipio dell’autodeterminazione.

Sergio Rancati - La vita è così e l’acqua nonmuore mai - Linee Infinite Edizioni

Pietro dei colori

1440 e 1453: due date, alpha ed omega dell’ordito narrativo intessuto da Normanna in questa sua terza fatica; terzo tassello di un cimento più grande, più appassionato: la ricostruzione di una mitologia al femminile; tentativo di riappropriazione di un simbolismo scippato a noi donne da secoli di patriarcati variamente coercitivi, variamente rimoventi ciò che prima fu. Simbolismo che avrebbe potuto diventare storia, e protagonismo ed affermazione di soggettività, privata e pubblica, ben prima dello spartiacque dei secoli XIX e XX. Due date, si diceva, che paiono scelte a caso ma non di caso si tratta, semmai di Anànche: il Destino intessuto dalle leggendarie Parche, redivive nelle filatrici di Borsigliana. Vediamo perché: nel 1440 Lorenzo Valla pone la pietra d’angolo dell’Umanesimo: il saggio De falso credita et ementita donatione Constantini, tramite il quale l’autore dimostra la falsità di un documento su cui la Chiesa aveva basato per tutto il Medioevo la legittimazione formale del suo potere temporale. Nel 1453 muore invece l’ultimo impero “romano” e l’era attorno ad esso ruotante: il ventre molle di Bisanzio è conquistato dalla fame ottomana, praticamente fino ai “giorni nostri” (fine della Grande Guerra). Sempre nel 1453, viene consumato un atto che contribuisce a dare il via alla formazione delle monarchie nazionali: l’incipit della guerra delle Due Rose.Finisce dunque il Medioevo, in questi quasi tre lustri. Ed inizia l’era delle guerre “moderne”, degl’imperialismi, degli scismi, dei fondamentalismi, religiosi od affaristici che siano. Un’era ben lungi dall’esser terminata. Ammonisce la scrittrice, ammonisce la donna: questo è, però e sempre, il tempo della storia degli e per gli uomini; non il tempo misurato dal dio-luna Thoth; egizio Dio/Dea, arcano depositario/a di una conoscenza scientifica avanzata e misteriosa: una tradizione segreta a cui avevano dato avvio, in un remotissimo evo, certuni “immigrati” portatori di una sofisticata civiltà. I sopravvissuti ad una leggendaria inondazione: il Diluvio Universale.Thoth-Luna; ma anche Thoth-guardiano della luna: colui che doveva assicurarsi che la divinità lunare seguisse la sua rotta tra i cieli notturni, come forza regolatrice e responsabile di tutti i calcoli celesti.Thoth-Luna, ma anche Thoth-Osiride, guardiano degl’inferi, l’Altra faccia della luna, sempre Lei. Osiride ucciso, smembrato, ridotto in 14 pezzi. Osiride ricomposto e resuscitato dalla sua consorte Iside, divinità femminile depositaria appunto dell’arte di ricomporre e (ri)donare la vita. Idem peraltro farà con Horus, figlio suo e di Osiride. Una tradizione sapienziale a tutto tondo, che dall’antico Egitto approda nel paradigma giudaico-cristiano con Mosè, con Cristo stesso. E la Maddalena, approdata dopo la morte del Maestro in terra di Provenza, giù fino ai Pirenei, catena-confine franco-spagnolo. Ed è proprio qui che ha sede la misteriosa e misterica chiesetta a lei dedicata, in un villaggio dall’arcano fascino e significazione: Rennes le Château.Le tracce di un’antica confraternita esoterica di “individui selezionati” da Thoth-il Demiurgo per custodire la Sapienza le ritroviamo anche nelle sette presocratiche e nella mitologia greca meno banalizzata, dove Thoth diviene l’Hermes Trismegisto, il Tre Volte Grande.Questa sorta di filo rosso che lega i Templari, l’Arca dell’Alleanza, i Catari, la massoneria, Isaac Newton, Leonardo da Vinci, il curato Bérenger Saunière, il pittore Nicolas Poussin, sfida i secoli e sembra essere il medesimo corpus dottrinario che, come l’Araba Fenice, s’affaccia tra le righe del romanzo di Normanna: il Corpus Hermeticum di Ermete Trismegisto Parte dunque da Oriente, la misconosciuta contribuzione delle donne alla Sapienza.Già in Shemal ciò era di tutta evidenza; ma allora il serpente si pervertì in martello, quello di Institor e dei roghi di Torquemada e soci: il più efferato crimine genericida della storia. Con Pietro dei colori conosciamo invece l’altra faccia della trasmigrazione: l’odissea dei profughi-lebbrosi, “vescovi” in fuga da Costantinopoli/Bisanzio, di lì a poco definitivamente Istanbul.Profughi-ambasciatori, latori di una chiave di volta di palingenetica possanza: il Corpus Hermeticum. Un testo che, se introdotto nella cultura tardomedievale, avrebbe cambiato il corso della storia.Ma ciò non sarà, ed il maestro Zampedre, figlio della ribelle ostessa-gatto e del geniale pittore Álvaro Pietro di Portogallo, dà il suo contributo epistemico dipingendo e fissando nei secoli l’equazione Maria-Sophia «con Gesù che imparava a sillabare dalle sue ginocchia. La donna e la scrittura. La donna e la sapienza».Maria come Iside, Maria come la Maddalena, Maria come l’ostessa, e Peruzza sua amante e sodale, vindice giustiziera del bandito Noè, contro il quale esegue il fato di morte in modo tanto brutale quanto esoterico. «Devi far paura, se vuoi salvarti!»: ecco l’embrione del riappropriarsi delle donne della loro storia, del loro posto nel mondo. Un motto che trova prosieguo ed alimento in un altro imperativo, sussurratoci dalla porta alchemica della chiesa della Maddalena, in Rennes le Château: Cerca di ottenere ciò che ami, per non essere costrett[a] ad amare ciò che ottieni. Non paia un volo pindarico: quanto sarebbe piaciuta, l’emiliana Normanna Albertini all’arcigna sarda Grazia Deledda!Le due scrittrici condividono il medesimo furente amore per un realismo assolutamente aderente alla vita, la quale non può che rimandare alla vita stessa. Un vitalismo che non ha niente d’idilliaco, ma a cui è sotteso un immancabile compenetrarsi tra i personaggi con il loro caratteri e la natura. Una natura simbolica, mitica, remota, in cui la realtà perde le dimensioni del tempo (il tempo degli uomini – repetita iuvant!), per riacquistare il tempo della Luna. La Luna dalla pelle impura, la cui faccia è immortalata da un misterioso Dàimon rupestre nelle pietre che ogni protagonista del romanzo reca seco.    Settembre 2008Elisabetta Blasi

Maestra di vita

Maestra di vita è un’opera autobiografica narrata in prima persona, scritta da Maddalena Rinaldi e edita da Il Rovescio Editore. Un’analisi approfondita del difficile contrasto generazionale tra madre e figlia, colto sotto uno sguardo consapevole che ne ripercorre le tappe attraverso un linguaggio semplice ed un ritmo ironico e vivace. Il difficile rapporto tra le due, che trova una pseudo-soluzione nella perenne dicotomia amore/odio vissuta tra le intime mura domestiche, è reso qui ancor più problematico dal doppio legame che unisce madre e figlia, divenute, presto, anche maestra e alunna.
Dalla contemplazione distratta di una foto nascosta tra le altre sul comò della casa natale, il racconto trasporta il lettore nei meandri della memoria dell’autrice attraverso le tappe significative del suo passato che hanno lasciato sulla sua pelle e nelle sue parole, un segno indelebile.

Incuriosito, il lettore, solo alla fine del racconto potrà chiudere il cerchio e tornando su quella foto, dovrà riflettere inevitabilmente sulla sua vita e sul suo passato.
Ricco di spunti e suggestioni letterarie è un racconto adatto a tutte le età.

Maddalena Rinaldi, nata nel 1981 è laureata in Scienze della Comunicazione di massa.
Ha fatto della scrittura il suo mestiere lavorando come giornalista, web editor e addetta stampa.
E’ autrice di articoli, saggi e ricerche sulla comunicazione museale, in ambito scientifico ed aziendale, pubblicati su libri, riviste e webzine del settore.
Questo è il suo primo libro.

Costo: 3 euro
Edito da Il Rovescio editore
www.ilrovescioeditore.com
ISBN 978-88-96285-12-1

La danza del gabbiano La danza del gabbiano è l’ultima fatica di Andrea Camilleri: prima di morire i gabbiani agitano freneticamente le ali in una sorta di danza macabra. Montalbano si lascia incantare dal gabbiano morente dalla finestra della sua casa di Marinella, ma fa presto a dimenticarlo. Sta infatti per andare in vacanza con Livia che è già giunta a Vigàta. Solo un salto al commissariato per lasciare tutto in ordine e poi finalmente partire. Giunto in ufficio Montalbano chiama i suoi a raccolta. Manca solo Fazio, il più fedele e puntuale dei suoi uomini. Non è tornato a casa, il cellulare è muto; il timore diventa allarme. Il commissario ripercorre le più recenti tracce di Fazio: è stato visto per l’ultima volta al molo, aveva appuntamento con un vecchio compagno di scuola, un ex ballerino finito nei pasticci. Qualcuno poi l’ha notato in campagna, in una zona disseminata di pozzi artesiani, forse un cimitero di mafia. E in effetti un primo cadavere affiora.

“Fu verso le cinco e mezza del matino che non ce la fici cchiù a ristarisinni corcato coll’occhi sbarracati a taliare il soffitto.
Era ’na cosa che gli era principiata con le vicchiaglie: di solito, passata la mezzanotti, si stinnicchiava a letto, liggiva ’na mezzorata, appena che la vista accomenzava a fargli pupi pupi chiuiva il libro, astutava le luci del commodino, pigliava la posizioni giusta, che era di corcarisi supra al scianco destro, le ghinocchia piegate, la mano dritta aperta a palmo in su supra al cuscino e la guancia appuiata alla mano, ’nsirrava l’occhi e di colpo s’addrummisciva.
Spisso per fortuna annava avanti col sonno fino a matino, capace che se lo faciva in una sula tirata, ma inveci certi nuttate, come chista appena passata, fatte sì e no un dù orate di durmuta, s’arrisbigliava senza nisciun motivo e non c’era cchiù verso d’arrinesciri a ripigliari sonno.
Una volta, junto allo stremo della disperazioni, si era susuto e sinni era ghiuto a vivirisi mezza buttiglia di whisky, nella spiranza che gli faciva calare sonno. La conseguenzia era stata che s’era appresentato in commissariato all’alba e completamenti ’mbriaco.
Si susì, annò a rapriri la porta-finestra della verandina.
La jornata che s’appresentava ’na vera billizza, tutta tirata a lucito, pariva un quatro ancora frisco di colore.
La risacca assaccava però tanticchia cchiù forte del solito.
Niscì fora ed ebbe un addrizzuni di friddo. Si era a mità majo e in altri tempi già ci sarebbi stato un cavudo squasi estivo, invece la jornata pariva ancora marzulina.
Forsi si sarebbi guastata verso la fine della matinata. A mano dritta, da monte Russello, arrancava già qualchi nuvola nìvura.
Trasì, annò in cucina e si priparò il cafè. Si vippi la prima tazza e si chiuì in bagno. Quanno niscì, vistuto, pigliò la secunna tazza di cafè e se l’anno a viviri assittato nella verandina.
«Matutino è stamattina, commissario!».
Isò ’na mano in signo di saluto.
[……]
programma che avivano fatto era quello difirriarisi in tri jorni il Val di Noto e i paìsi del barocco siciliano che Livia non acconosciva.
Ma non era stata ’na decisioni facili.
«Senti, Salvo» gli aviva ditto lei al tilefono ’na simanata avanti «che ne diresti, dato che ho quattro giorni liberi, se vengo da te e ce ne stiamo un po’ in pace?».
«Mi faresti felice».
«Avevo pensato che magari ce ne potevamo andare in giro per la Sicilia. In qualche parte che non conosco».
«Mi pare una splendida idea. Oltrettutto per ora in commissariato non ho molto da fare. Sai già dove vorresti andare?».
«Sì, in Val di Noto. Non ci sono mai stata».
Ahi! Pirchì le spirciava di annare proprio là?
«Beh, certo il Val di Noto è incredibile, figurati, ma credimi ci sono altri luoghi che…».
«No, mi piacerebbe proprio andare a Noto, dicono che la cattedrale rimessa su è una meraviglia, e poi fare un salto, che so, a Modica, Ragusa, Scicli…».
«Beh, è un bel programma, non lo metto in dubbio, ma…».
«Non sei d’accordo?».
«Beh, in linea di massima sì, come no, figurati, ma forse converrebbe prima informarsi».
«Di che?».
«Sai, non vorrei che stessero a girare».
«Ma che dici? Che girano?».
«Non vorrei che mentre ci siamo noi girassero lì qualche episodio della serie televisiva… li fanno proprio in quei posti».
«E che te ne frega, scusa?».
«Come, che me ne frega? E se putacaso mi vengo a trovare faccia a faccia con l’attore che fa me stesso… come si chiama… Zingarelli…».
«Si chiama Zingaretti, non fare finta di sbagliare. Lo Zingarelli è un dizionario. Ma torno a ripetere: che te ne frega? Possibile che tu abbia questi complessi infantili all’età che ti ritrovi?».
«Che c’entra l’età, ora?».
«Eppoi nemmeno vi somigliate». “

Questo è parte dell’incipit de La danza del gabbiano di Camilleri che si diverte con un simpatico paradosso ricordando la fortunatissima serie televisiva .. “E se putacaso mi vengo a trovare faccia a faccia con l’attore che fa me stesso…”?
Buona lettura!

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Il nuovo romanzo thriller di Giorgio Faletti s’intitola “Io sono Dio“: si tratta di un libro nello stile del comico/scrittore. In questo nuovo romanzo, l’autore inserisce tutti gli elementi del genere thriller. I personaggi sono un serial killer che terrorizza New York, una giovane detective con dei drammi personali e un fotoreporter dal passato burrascoso. Le icone della narrazione di tipo suspense ci sono tutte, in questo “Io sono Dio”. La trama gialla però si mescola con la storia moderna, poiché l’assassino è spinto da motivazioni che hanno a che fare con una delle più grandi tragedie americane. Il libro è comunque intriso di colpi di scena e tensione, come tutti i thriller e i mystery, con un finale inaspettato da racconto nero. Dopo Io uccido e i successivi romanzi quindi Faletti sforna un altro best seller che sicuramente sbancherà la classifica dei libri più venduti.

C’è molto di Jeffery Deaver in questo libro, il grande del maestro thriller americano, forse con una spruzzata di John Katzenbach. Ci sono anche tante coincidenze che tengono alto il ritmo narrativo anche se non sempre c’è credibilità: qualche recensione punta il dito contro, ma l’intreccio è bene articolato e Faletti sa gestire bene i tempi e la sua scrittura negli ultimi anni è cresciuta, risultando più fluida e scorrevole.

Io sono Dio è un buon libro thriller e rappresenta una valida lettura soprattutto in estate sotto l’ombrellone.

La cultura nel piatto.
Antropologia del mangiare e del bere.
Guigoni

È una questione ontologica oltre che antropologica:
«L’uomo è ciò che mangia» e mangia ciò che ritiene lo
 renderà quel che aspira ad essere.

È uscito in questi giorni in libreria, edito da Edizioni Altravista, il nuovo libro di Alessandra Guigoni, specialista di antropologia dell’alimentazione, dal titolo Antropologia del mangiare e del bere. Un viaggio alla scoperta di un patrimonio enogastronomico unico al mondo, quello italiano, legato a tradizioni secolari, a un ambiente e a una geografia particolari, che può ancora contare su saperi e tecniche tramandate da generazioni. Un contributo fondamentale per comprendere come la dimensione alimentare giochi un ruolo fondamentale nella percezione culturale e psicologica di noi stessi, al fine di evidenziare certi aspetti della cultura italiana contemporanea nel suo riflettersi nel mondo gastronomico.

Il cibo è cultura, è storia, è geografia, e al di là delle mere logiche nutrizionali tutti noi utilizziamo il cibo per motivi sociali, culturali e simbolici radicati da sempre nelle civiltà. Antropologia del mangiare e del bere è un testo fondamentale per analizzare la complessità dell’attuale paesaggio del cibo nel mondo occidentale. Dall’alimentazione come medium socio-culturale agli aspetti storici ed etnografici dello svezzamento, dalla storia antropologica della cucina italiana agli aspetti culturali del mondo del vino, dalla biodiversità all’erosione genetica delle varietà coltivate, sino a concludere con un’analisi dell’alimentazione odierna tra i poli del “locale” e del “globale”, in un mondo sempre più globalizzato.

Guigoni Alessandra è dottore di ricerca in metodologie della ricerca etnoantropologica; collabora con la cattedra di Antropologia culturale dell’università di Cagliari e con quella di Etnologia dell’Università di Genova, occupandosi di antropologia dell’alimentazione. Si è anche interessata di civiltà indigene d’America, etnografia virtuale e interculturalismo. Ha al suo attivo una quarantina di pubblicazioni, tra cui i libri: Foodscapes. Stili mode e culture del cibo oggi (2004) e Saperi e sapori del mediterraneo (2006).

Il BIS di Fausto Nicolini

S’intitola Bischizzi la seconda raccolta poetica di Fausto Nicolini. Edita da LietoColle (95 pag. 13 euro) contiene per lo più componimenti molto brevi 4/6 versi, ma anche qualcuno più lungo. Lo stile è ormai collaudato: serafiche battute, diaboliche invettive quasi esclusivamente a beneficio di un’ironia briosa e sferzante. Anche Bischizzi è diviso in tre sezioni: la prima nasce come un gioco di parole, il bischizzo appunto, per progredire in una serie di spiritose provocazioni che portano al sorriso (spesso amaro) soprattutto per quella classe impiegatizia quotidianamente frequentata dall’autore; la seconda parte è più un’invettiva nei riguardi di una nostrana cattiva politica le cui conseguenze assumono toni ridicoli; l’ultima è composta da “pensieri calibrati” (titolo della sezione) più profondi, più seri ed intimi. Non a caso la copertina mostra una fotografia di un mare vestito a festa (un’onda che sventaglia allegria) e si conclude con un’altra immagine marina più rilassata, sinuosa, così come la parola del poeta comincia fragorosa e frizzante per finire in un mare sereno e riposante.

PS: “Ne nasce una scrittura che solo in apparenza sembra dire lasciatemi divertire…” (dalla prefazione di Lino Angiuli)

Bischizzo

Accidenti!
L’accidioso s’acciglia per l’accisa
ed or s’accinge ad acciuffar l’acciuga
e il castoro castano del castello
lo castigò in casto castigliano

Convivenza

Stasera d’amore vorrei parlare
perché con te è in eterno fermento
ma poi ci incantiamo ad esaminare
il mutuo e il suo imponente aumento

Gancho

Lasciatemi scrivere, vi prego, ancora un poco
mentre lento un tango suona alle mie spalle
rivelerò quel che di me mai saprete il vero
che io dimenticherò per non saper di me

ISBN 978-88-7848-502-0

In vendita nelle librerie, librerie online, sul sito dell’editore www.lietocolle.it oppure inviando la richiesta via email a info@lietocolle.it specificando l’indirizzo per la spedizione

Breve recensione di Pina Varriale al libro di Marco Marengo

“COME NON FARE SESSO IN THAILANDIA -lettere a F. dalla Thailandia-” edito da Arduino Sacco Editore

Non capita spesso di leggere pagine così intense e coinvolgenti. Bastano appena poche parole e ci si ritrova  subito immersi nell’atmosfera rarefatta e quasi sognante di questo insolito diario di viaggio.

Marco Marengo, già autore di testi originali e interessanti, artista complesso che esprime la propria creatività in molteplici modi, dalla scultura alla Land Art, dalla narrativa horror ai romanzi firmati con lo pseudonimo di Jack Millerton offre, in queste “Lettere dalla Thailandia”, una ulteriore riprova - caso mai ce ne fosse bisogno- delle sue capacità di scrittore mai scontato e banale, ma sempre  originale e dallo stile personalissimo.

Un piccolo libro, questo, edito da Arduino Sacco Editore, piacevole nella veste grafica, seducente e convincente nella stesura. Una piccola chicca da portare con sé in vacanza e, se pure non andrete in Thailandia, poco importa! Il viaggio nel paesaggio misterioso e mai abbastanza esplorato dell’anima è comunque assicurato.

Da non perdere.

http://www.arduinosacco.it/catalogo/index.php?libro=356&genere=3

Pina Varriale

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