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Libri: ecco le ultime recensioni


Un libro piacevole da leggere, senza fronzoli, diretto.
L’autrice riesce a far immedesimare il lettore e lo rende partecipe degli avvenimenti.
Una volta iniziata la lettura non si riesce a staccare gli occhi dallo scritto, se non dopo averlo “divorato”.
Si consiglia, anche perché ricco di descrizioni di una Sicilia degli anni ‘30 e ‘40, degli usi, dei costumi, dei sapori e degli odori, ma anche di una storia d’amore intensa e per certi versi struggente. Un romanzo avvincente, che cattura sino alla fine, con una tecnica descrittiva trascinate, che rapisce il lettore e lo immerge in un mondo, quello della zia Palma, dove le emozioni, gli odori, gli umori, i paesaggi e i personaggi diventano talmente reali, da essere quasi tangibili al lettore.

CHARLES GESMAR 1900 1928 L’affichiste attitré de Mistinguett«Vous êtes un nom fulgurant sur un mur» (J. Cocteau) A cura di Angelo Luerti  Il libro illustra la vita e le opere di Charles Gesmar (Nancy 1900-Parigi 1928) un formidabile genio che rivoluzionò l’arte del costume e del manifesto per il teatro leggero. L’evoluzione che egli impresse all’arte del costume è paragonabile a quella imposta, prima di lui, da Bakst nei Balletti Russi.  Scomparso a 28 anni, Gesmar iniziò a creare i costumi a 15 anni per Mlle Spinelly, una celebre attrice-ballerina dell’epoca, subentrando a Paul Poiret, stilista geniale che, licenziato Erté e chiuso l’atelier, si arruola volontario.  Licenziato da Spinelly dopo un tentativo di suicidio che provocò l’allagamento della casa, sarà la leggendaria Mistinguett, fiutato l’affare, a offrirgli ospitalità e lavoro. Omosessuale iper-sensibile, divenne subito il suo disegnatore prediletto: « Mi seguiva ovunque, lo prendevano per mio figlio », riferirà nelle sue memorie la Regina del Music Hall. « Era tutta la mia famiglia e gli confidavo ogni mia pena, anche la più intima » Nonostante l’esclusivo rapporto con Mistinguett, Gesmar creò costumi e manifesti per molte altre vedette, sempre mostrando il suo brillante talento: Chevalier, Jane Marnac, Earl Leslie, Raimu, Barbette, Falconetti, Jane Pierly, St-Granier, Popesco, ecc.  Con lo stupefacente e appassionato uso dei colori, la capacità di sintesi unita al virtuosismo grafico delle sue creazioni, Gesmar sviluppò uno stile che rimarrà per sempre associato ai fasti dell’età d’oro del music hall. La sua arte grafica influenzò intere generazioni di artisti, René Gruau compreso.  Su Gesmar non è mai stato scritto nulla. Di lui s’ignorava ogni dato anagrafico. Erano noti solo una ventina di manifesti e un buon numero di disegni di costumi. Per colmare un vuoto di 80 anni è stato necessario esaminare centinaia di programmi teatrali, di quotidiani e periodici, di cataloghi d’asta, ecc. oltre che attingere da ogni altra ipotetica fonte, quali teatri, biblioteche, musei, collezionisti. Scoperto il vero cognome di Gesmar, è stato possibile rintracciare i nipoti (del tutto ignari della produzione dello zio) e attingere dati dagli archivi di Nancy e Parigi e dell’esercito.  Il volume cm. 24×34, pp. 192 con 230 e frutto di anni di ricerche, comprende la biografia di Gesmar, la cronologia dei suoi contributi per i teatri francesi, tedeschi e austriaci, il catalogo di tutta l’opera grafica – 60% inedita (60 manifesti più 50 copertine) e 50 disegni di costumi. André Rossinot, Sindaco di Nancy e più volte Ministro « C’est un remarquable travail que vous avez mené là en ressuscitant la personnalité et la carrière de Gesmar au travers de splendides œuvres… Par delà le sentiment d’unité de cette œuvres, on peut apprécier la subtilité avec la quelle vous analysez la capacité de réponse de Gesmar… »  Cecile Coutin, Conservateur en chef, Dépt. des Arts du Spectacle BNF « …my admiration  for the fantastic work you made so well documented and illustrated! I am sure that this book will be, now, the inevitable reference for everybody who will work about Gesmar…»  Jacques Crepineau, una leggenda vivente, direttore di molti teatri incl. Folies Bergère « Je suis ravi, heureux, bouleversé par tant de talent, de beauté et de science réunis. Bravo, bravissimo » 

Dello stesso autore: Non Solo Erté (Costume Design for the Paris Music Hall 1918 1940)

   

RECENSIONE DI “KESA” DI FRANCESCO AMATO

Emoziona e coinvolge la scrittura di Francesco Amato, autore del libro “Kesa, alla fine della solitudine”, edizioni Adea. La trama si sviluppa in una Milano moderna e ci porta a conoscere in profondità l’anima e la mente di personaggi che sono parte integrante della narrazione.Mira, una quarantenne dinamica e affascinante, incontra ad una cena di amici Massimo, un ragazzino dodicenne, che vedendola è improvvisamente travolto dal ricordo delle vite passate. Un dramma insolito per la psiche di questo giovane, in viaggio verso la sua maturità di uomo. Sarà Mira stessa, a percepire e rievocare la vera essenza di Massimo,e  ad accompagnarlo, tra innumerevoli difficoltà , ad una scoperta sottile e misurata della sua identità.Originale e brillante l’evolversi della storia, che mette a nudo sentimenti ed emozioni, che sembravano “cristallizzati”in una dimensione quasi ammutolita. L’autore ci accompagna coraggiosamente a comprendere quanto l’amore possa diventare una  forza in grado di rivelare esattamente chi siamo e cosa desideriamo, tanto da definirlo un’ancora di salvataggio per l’esistenza.E’ così che il lettore scopre con un’analisi attenta delle situazioni, quanto sia importante il processo di ricerca interiore dei protagonisti.Con l’intenzione di creare qualcosa di unico e autentico per il panorama letterario, Amato ci propone un’opera alternativa, fuori dai soliti schemi, dalle solite tendenze, sciogliendo il tutto in una sorta di testo “profetico”.“Kesa” è un libro che sviscera avvenimenti segnati da profondi misteri, emergono parallelismi “familiari” che sembrano sfidare ogni sorta di temporalità.L’autore ci affida la purezza e la potenza di un dono affettivo concreto come l’amore, ci fa scandagliare le coscienze attraverso gli sviluppi narrativi, ci assegna il compito di testimoniare lucidamente quelle verità in apparenza contraddittorie.Il  linguaggio appare particolarmente avvincente, nonostante possa sembrare a tratti complesso ed impegnativo. E’ comunque uno strumento indispensabile per dare forma e vigore allo stile.La verità è una luce difficile da conquistare.Francesco Amato sa accendere e stimolare la fiaccola delle parole, per farne senso e traguardo delle cose.Michela Zanarella

Pacini Editore di Pisa presenta al pubblico una nuova collana, la prima in Italia specificamente dedicata a “Scrittori latini dell’Europa Medievale”. Esito di un progetto europeo per la conoscenza di testi mai tradotti in italiano, ospita racconti fantastici, poemi epici, storie di furti di reliquie, raccolte di canzoni latine e di aneddoti arabi, lettere, trattati medici, visioni dell’Aldilà e satire sociali che spalancano le porte del pubblico più ampio a un patrimonio sommerso finora riservato a pochi specialisti. Obiettivo della collana, come scrive il curatore Francesco Stella nella premessa generale, è contribuire a superare “l’oscuramento della memoria testuale del Medioevo latino dai programmi scolastici e da gran parte dei curricula universitari, che lascia inesplorato un patrimonio immenso di invenzioni, racconti, cronache, meditazioni, favole, trattati, visioni, liriche, fatti, luoghi ed emozioni”. Questa limitazione ha impedito a lungo di inserire la conoscenza dell’arte, della religiosità e dell’immaginario medievali in una rete di testi che si potessero leggere in traduzioni accessibili. La lettura di questi testi aiuterà “a rendere disponibile qualche frammento di questo tesoro, per salvare una parte della nostra coscienza storica e per far emergere l’isola inabissata sulla punta della quale abbiamo costruito i nostri paradisi turistici e i nostri esotismi storici e cinematografici”.

Nove i volumi tradotti finora, ma la collana è destinata a crescere con nuovi testi da autori di quella che è stata la letteratura europea nei dieci secoli che separano la caduta dell’Impero romano dalla “scoperta” dell’America. Tutti i libri propongono anche il testo originale latino, che i curatori presentano secondo edizioni critiche recenti (Gervasio, Carmina CantabrigensiaYsengrimus) o in forma criticamente riveduta (Valafrido) o addirittura in nuova edizione critica (Geri, Eginardo) rendendo leggibili in qualche caso testi finora irreperibili, come Guido medico. Ogni traduzione è corredata da una introduzione, che fornisce informazioni concise e complete sull’autore, l’opera, la tradizione manoscritta, la bibliografia di riferimento, e da essenziali note di commento.

Eleonora Prayer

Abbiamo letto “ Vivere Stanca “ scritto da Jean-Claude Izzo.
Breve la vita di Jean Claude Izzo, nato a Marsiglia nel 1945 da padre italiano ( della provincia di Salerno ) e da madre francese ( il nonno materno era spagnolo, scappato da Franco e dal suo mattatoio falangista ) e morto nel gennaio del 2000 nella sua città natale. Ha vissuto una vita semplice e ai margini della cultura ufficiale ( libraio, bibliotecario, qualche collaborazione giornalistica come con La Marseillaise Dimanche, giornalista per La Marseillaise; negli anni ha pubblicato alcune raccolte di poesie, la prima Poèmes à haute voix, la quarta è stata Braises, brasiers, brûlures ). Poi l’anno della svolta, il 1993, pubblica sulla rivista Gulliver un racconto che è la base del suo primo romanzo Casino totale ( Total Khéops ) che viene pubblicato nel 1995 nella Série Noire di Gallimard. Il libro ha un grande successo e ottiene vari premi. È l’inizio del successo e della famosa “Trilogia marsigliese” assieme ai romanzi noir “ Il cuore di Marsiglia ( Chourmo) ” e “ Solea “. Il protagonista e voce narrante è Fabio Montale, nel primo romanzo è un poliziotto di Marsiglia stanco della corruzione dei suoi colleghi e deciso a vendicare due amici d’infanzia uccisi. Nel secondo, ha lasciato la polizia, vive vicino al mare e frequenta solo pochi vecchi e buoni amici, ma viene coinvolto nell’omicidio di un suo cugino adolescente. Nel terzo, e ultimo romanzo, c’è lo scontro di Montale contro dei poteri criminali collegati con politica e malavita e che lo vedranno soccombere. A questi romanzi dobbiamo aggiungere ” Marinai perduti “( Les Marins Perdus ), “ Il sole dei morenti “ e il libro di racconti “ Vivere Stanca “.
Con il suo stile e la sua opera nasce un ‘genere’ il Noir Mediterraneo. Esseri umani, Montale per primo, ma anche i personaggi perduti di “ Vivere Stanca “, che hanno conosciuto la vita e tutti i suoi lati oscuri. Sono arrabbiati per quello che la vita offre e alla fine non concede, per le delusioni con cui bisogna vivere, per le ingiustizie che bisogna subire, per il potere che è spesso corrotto e purtroppo vincente, per gli amori difficili da avere e che alla fine finiscono sempre con la perdita e l’abbandono. Ma sono uomini e donne che sanno anche apprezzare i piccoli doni quotidiani, il ritmo lento del mare ( “di fronte al mare la felicità è un’idea semplice “ ), un tramonto seduti al bar, un breve incontro sentimentale, una bevuta con gli amici, una buona mangiata con cucina provenzale, un bel brano di musica ( “Solea” è un brano di Miles Davis ); delle affinità elettive tra esseri umani che non si arrendono se non davanti alla morte. I suoi personaggi, non sempre rassicuranti, suscitano nel lettore passioni e solidarietà, una specie di identificazione, di concordanza politica se non ideologica, una dolenza che non è mai resa ma solo consapevolezza. Insomma, una visione del mondo di totale lucidità, senza concessioni né fughe. Eppure risultano strani questi personaggi, queste storie, questo humus esistenziale, nati dalla fantasia e forse dall’esperienza dell’autore, guardando le foto di Izzo da giovane e da uomo adulto: una faccia un po’ così, proprio da libraio di provincia, un esserino indifeso e per niente ribelle, che tuttavia giunge a questo tipo di consapevolezza. Eppure sembra strano questo magma narrativo ed esistenziale pensando alla vita di Izzo militante in giovinezza di Pax Christi, poi iscritto al Partito Socialista Unificato, poi al Partito Comunista Francese per poi abbandonarlo negli anni Settanta e quindi restare solo un poeta di provincia. Con Izzo si potrebbe affrontare quel vecchio discorso tra autore e la sua Opera, la dicotonomia tra persona e autore che in questo caso sembrano più un’eteromimia che non una convergenza tra realtà e fantasia. Le atmosfere “ gialle “ o “ nere “ che Izzo usa come pretesto per parlare d’altro sono più dichiarate in “ Vivere Stanca “, racconti brevi con una scrittura densa e avvolgente ma veloce e scorrevole senza mai tuttavia essere inessenziale o barocca. Il ritmo delle storie è coinvolgente, con una malinconia che ci rende partecipi di questo viaggio al termine del mondo. Izzo, che è un ‘raccontatore’ piacevole, ma forse non è una grande scrittore, a volte crea situazioni che scivolano in un romanticismo un po’ romanticume, e quando prova a fare Letteratura rischia di mostrarsi un po’ naif e si lascia trascinare magari esagerando un po’, lasciandosi prendere la mano. Tuttavia possiamo ascriverlo a quella categoria di scrittori che vedono in Camilleri, Carlotto, Vázquez Montalbán, González Ledesma. Ma la “ rabbia “ che hanno i personaggi di questi romanzieri in Izzo risulta una rabbia più vera e sentita mista a dolcezza e a vero coraggio. L’autore si mette veramente in gioco senza calcoli e senza “ ritegno “. Cita Camus e Rimbaud, Jim Harrison. E le sue colonne sonore sono dai rappers marsigliesi a Paolo Conte, dal jazz di Theolonius Monk a quello di Davis, Coltrane e Petrucciani, da Rubén Blades a Leo Ferrè. E poi c’è lo sfondo ricostruito attraverso il suo amore di Marsiglia descritta come un sogno di gioventù: emozionante, mitica, città madre, ventre oscuro ma protettivo. E c’è anche la sua cifra stilistica, il modo personale di fare critica radicale al sistema politico e del potere. Il racconto quasi come riscatto personale, elaborazione di un lutto di ideali e al tempo stesso come testimonianza. “ Nella vita non dobbiamo accettare niente che sia contro la nostra felicità “ sembra questa l’eredità che ci ha lasciati. “ Vivere stanca “ è la raccolta di sette racconti pubblicati qui e là, nel primo c’è Marion, cantante in locali del porto di Marsiglia, stanca di solitudine e desiderosa che il suo Theo non la lasci per un imbarco. C’è Gianni, ex lottarmatista italiano, riconciliato col mondo e tuttavia costretto a subire l’onta di due skinhead con un cane lupo. C’è Osman un extracomunitario che subisce la violenza di un signore borghese che confonde gentilezza per pedofilia solo perché non sa più cosa significhi umanità. C’è Gerard, un uomo senza più lavoro e speranza. L’ultimo racconto ci narra di un poliziotto che vorrebbe andare a trovare in carcere una donna che ha arrestato anni prima, ma non fa a tempo a farlo. In questo libro si concentrano tutti i temi e tutti i sentimenti di questo autore melanconico morto troppo presto.
04 IP 79.25.112.140 Abiamo letto Le avventure di Hector Belascoaran scritto da Taibo Secundo.
Con il Messico ho un rapporto di nostalgia e d’affetto, come si può conservarlo con una fidanzata di gioventù. Quando si incontra un vecchio amore ( in questo caso, romanzi ) il cuore batte di ricordi e di riverberi esistenziali. Vengono alla mente lo spirito ribelle, le spiagge incontaminate di un tempo ( Zipolite… Puerto Escondido ), i mariachos di Piazza Garibaldi con le fetide strade intorno che portano allo Zocalo, degne tutt’oggi di un romanzo di Balzac, l’ebbrezza di un libro di Juan Rulfo, il patio di casa di Frica Kalho a Coyoacan , il muro impiombato di proiettili della camera da letto di Leone Trockij, i murales di Diego Rivera e di Orozco, il corpo meraviglioso di Tina Modotti, il viso banditesco e allegro di Pancho Villa e quello rigoroso e ostico di Emiliano Zapata. Ecco, quello che rimane di tutto questo, del Messico che fu e di quello che è, lo ritroviamo nella scrittura, nei personaggi perdenti e nelle descrizioni disincantate e libertarie di Paco Ignacio Taibo II. Più di 50 titoli pubblicati ( romanzi, racconti, fumetti, reportages, saggi storici – tradotti in molti Paesi. Tra i libri, alcuni romanzi che hanno per protagonista Héctor Belascoarán Shayne; non sono solo gialli, sono quasi dei pretesti per poter descrivere la società messicana, la sua precarietà, l’incredibile corruzione diffusa, la povertà e l’enorme ricchezza, ma anche la semplicità, l’umorismo e la voglia di vivere dei messicani. Hanno la freschezza di un’agua de melon, il colore di un mercato di frutta di Cuernavaca, il ritmo di un baile latinoamericano, la rabbia morale di chi è sconfitto ma che non si arrende. I suoi debiti narrativi – come li dichiara in un altro libro - sono verso “una generazione di scrittori-giornalisti che va dagli anni Dieci ai Trenta ( Larissa Reisner, John Reed, Sender, Hemingway), genere scomparso e ricomparso negli anni Sessanta (Mailer, Wolfe, Kapuscinsky, Leguineche, Cooper, Mc Guinis, Walsh). Scritti potenti e innovativi della letteratura non di invenzione, romanzi basati sui fatti”.
Paco Ignacio Taibo II (Francisco Ignacio Taibo Mahojo) nasce in una famiglia che è un romanzo a sua volta. Faccio una breve digressione… Suo nonno paterno apparteneva al gruppo dirigente del Partito Socialista, partecipò alla insurrezione del 1934 e alla Guerra Civile Spagnola del 1936. Il fratello della nonna paterna era direttore del giornale socialista “El Avance” ed entrambi furono prigionieri nelle carceri franchiste per le loro attività politiche. Il nonno materno procurava armi agli anarco-sindacalisti e durante la Guerra Civile armò un peschereccio e combatté la sua guerra contro il franchismo, fino a morìre con tutto il suo equipaggio, dopo l’affondamento dell’imbarcazione. Negli anni terribili della dittatura di Francisco Franco la famiglia lasciò la Spagna e si trasferì in Messico, un Paese che aveva accolto profughi e perdenti di molte rivoluzioni. In Messico il giovanissimo Paco Taibo jr. si impegna intensamente nel movimento studentesco, inizia il lavoro di giornalista e quello di scrittore. Tra i suoi romanzi più importanti, Rivoluzionario di passaggio (De paso,), Come la vita (La vida misma), Sentendo che il campo di battaglia (Sintiendo que el campo de batalla…), Ma tu lo sai che è impossibile (Que todo es imposible), Te li do io i Tropici (Así es la vida en los pinches Trópico); tra i saggi Senza perdere la tenerezza - Vita e morte di Ernesto Che Guevara (Ernesto Guevara, también conocido como el Che), Un rivoluzionario chiamato Pancho (Pancho Villa: una biografía narrativa). E poi, i romanzi con Héctor Belascoarán Shayne, l’ultimo è stato scritto nel 2004 con il Subcomandante Marcos: Morti scomodi (Muertos incómodos).
Il libro che voglio segnalarvi è “ Le avventure di Héctor Belascoaràn, una raccolta di tre romanzi, Giorni di battaglia, Il fantasma di Zapata, Qualche nuvola.
Dopo aver abbandonato un lavoro sicuro e aver divorziato, Héctor, un uono sulla trentina, s’inventa la professione di investigatore privato nella sua amata Città del Messico (“Ogni città ha il detective che si merita”). E’ un uomo deluso dalla vita, sfortunato ma ancora anarcoide nel modo di porsi e di vedere il mondo. Divide l’ufficio con un idraulico, un tappezziere e un ingegnere che si occupa di fogne. Ha un fratello impegnato politicamente a sinistra, una sorella reduce da un divorzio e una fidanzata fantasma. È brutto e, dopo alcune investigazioni, orbo e claudicante. Le storie sono naturalmente ambientate a Città del Messico.
I romanzi gialli non dovrebbero essere mai raccontati, sono quasi una perfidia di chi li presenta, come se si volesse togliere al lettore l’infanzia , l’età della scoperta, il viaggio verso un ignoto piacevole se piacevole è la scoperta. Quindi vi faccio un breve accenno, vi invio un odore, uno stimolo, una curiosità.
Giorni di battaglia… uno strangolatore di donne si aggira sicuro per Città del Messico e Hector Beloascoaràn investiga per acciuffarlo. Le uniche piste per capire qualcosa sono ciò che viene lasciato sul corpo delle vittime e firmato con lo pseudonimo “ Cerevro “…
Il fantasma di Zapata… il detective deve risolvere ben tre casi, ha l’incarico di scoprire dove si nasconde il vecchio rivoluzionario Emiliano Zapata, la leggenda lo vuole ancora vivo; c’è una bellissima attrice di pellicole hard, che gli chiede di scoprire cosa ci sia dietro il tentato suicidio della figlia; si presenta una associazione di industriali che chiede di far luce sull’assassinio di un dirigente poco amato da colleghi…
Qualche nuvola… Héctor se ne sta su una spiaggia sperduta del Pacifico senza alcuna voglia di tornare a Città del Messico ma un’amica che non rivede da molto tempio rischia di essere uccisa per una storia di eredità. Luisa sa che, come sempre, la giustizia non trionferà. Ma non è un buon motivo per arrendersi. Unici alleati nella battaglia due lottatori un tempo famosi con i nomi di Orrore e Angelo II…
“ Le avventure di Héctor Belascoaran “ scritto da Paco Taibo II – Il Saggiatore – Tascabili. 2009

 Ogni buon romanzo reca in sé una sorta di chiave di volta, un elemento portante che regge tutta la struttura narrativa, dando senso e stabilità ai pilastri dell’intero intreccio letterario.
Nel caso dell’ottimo romanzo di Gilberto Canu, intitolato “Il rovescio del tennista” (edito dal Gruppo Albatros Il Filo), tale pietra angolare è rappresentata dall’asserzione del professor Olmo Ferrari: “…il mio futuro è pieno di passato”.
Un dolente ed efficace ossimoro, che poi non si rivelerà affatto tale, rivolto alla dottoressa Elsa, primario del policlinico Gemelli di Roma, che ha appena salvato da un infarto proprio il professore,  suo diretto superiore, che la donna ama segretamente da venti, lunghi anni.
E da questo momento in poi il lettore verrà invitato a scoprire il perché di tanta, sofferta pena da parte del professore. Un segreto che Olmo Ferrari vorrà condividere con Elsa in un viaggio della memoria, per una catarsi che sfocerà in una singolarissima e quantomai dolorosa purificazione.
Il tutto abilmente miscelato tra il passato prossimo e il passato remoto di vari personaggi, che, in definitiva, come in un’onirica allegoria, riassumeranno tutti gli accadimenti in un capiente “presente storico”, capace di abbracciare tutte le dimensioni temporali in una sola: quella delle scelte, di chi indugia a trarre le conseguenze di un aspro conflitto, e di chi, invece, più temprato dalla vita, saprà porre fine alle tensioni con una sentenza finale senza alcun appello.
Di più non possiamo svelarvi, perché il romanzo in questione, come e meglio di un noir, risolve ogni dramma interiore solo con lo svolgersi degli stessi. Quindi sarebbe deleterio fornirvi ulteriori tracce nodali sulla conclusione di una trama che attende proprio le intuizioni e l’empatia del lettore per svelarsi apertamente.
Ma oltre all’analisi dell’avvincente intreccio, va detto che il libro di Gilberto Canu è molto valido e coraggioso anche dal punto vista dell’impianto strutturale. In quanto, l’autore, cacciandosi volutamente nei guai, ne “Il rovescio del tennista” fa ciò che ogni saggio scrittore ha il terrore di rappresentare: due o più ambiti storici da narrare contemporaneamente. Una complicazione che in un film si risolve tramite dei semplici flashback, ma che in un romanzo rappresenta un azzardo dalle soluzioni assolutamente non facili.
Eppure Gilberto Canu riesce nell’intento, anche con bello stile. Confidando, certo, in un lettore attento, ma anche nella capacità di addensare in pochi e guizzanti paragrafi la summa e il senso di un dato periodo di tempo e il suo catapultarsi, con immediatezza, in un altro completamente diverso. Un edificio narrativo assai complesso che tradisce l’abilità propria di un architetto, che infatti rientra tra le competenze professionali del Nostro. In un romanzo che spesso si ammanta di malinconia, regalandoci delle brillantissime pagine di luminosa poesia.

In libreria e on line

Il volume  “Il rovescio del tennista”, di 151 pagine, scritto da Gilberto Canu ed edito dal Gruppo Albatros Il Filo, è in vendita presso la catena di librerie Coop, diffusa in ambito nazionale e nelle maggiori città, tranne che a Roma, dove è disponibile nella libreria “Il Filo”, sita in via Basento 52.

Il libro di Gilberto Canu è acquistabile anche on line ai seguenti indirizzi:

ibs.it: www.ibs.it/libri/canu+gilberto/i+libri+di+canu+gilberto

webster.it: www.webster.it/vai_libri-author_Canu+Gilberto-shelf_BIT-Canu+Gilberto-p_1.html

Sito dell’editore - Gruppo Albatros Il Filo: www.ilfiloonline.it

copertina libro

RECENSIONE DI SESSO, SCARPE E PESCIOLINI, FABIO BRIGAZZI.

” Quella mattina di fine luglio, guardando la mia immagine riflessa nello specchio del bagno, era come se qualcosa di me non apparisse. Eppure nonostante i 50 anni appena compiuti, non ero poi da buttar via.” Inizia così l’introduzione al libro di Fabio Brigazzi, “Sesso, scarpe e pesciolini”, edizioniAnordest.

Il volume vanta l’ esaustiva e notevole prefazione di Tinto Brass, icona del cinema erotico.

L’ autore ci proietta subito nel mondo di Marina, la protagonista, in modo del tutto originale, raccontando in prima persona le realtà dell’essere donna in età adulta.

L’ immagine che si presenta agli occhi del lettore è quella di una donna bella, longilinea, provocante, piacevole, ma incompleta.

Di professione avvocato penalista, sposata con Alfredo, senza figli, Marina sente che le manca qualcosa, un qualcosa di forte, trasgressivo, eccitante per sentirsi una donna a tutti gli effetti: il sesso vero.

Sarà l’incontro con Max, un uomo affascinante da lei stessa definito “animale da sesso”, a farle riscoprire la femminilità e a soddisfare le sue voglie altamente erotiche.

Il libro fornisce al lettore una descrizione minuziosa e dettagliata sul modo di affrontare e vivere il sesso nella società odierna, svelando i pensieri ed i segreti di una donna, che ha fatto del sesso quasi un’arte.

Entrando un pò più nello specifico del libro, ci si accorge quanto Brigazzi cerchi di stimolare e sollecitare continuamente l’attenzione di chi legge, avvalendosi di immagini forti, spinte, disinibite, come nel passaggio: “Dovevo prenderglelo in bocca quando lui lo desiderava e succhiarglielo fino a farlo venire. Oppure farmi scopare anche all’improvviso.”

“Arrivò a mangiare i chicchi d’uva dalla mia fica, ad usarla come fosse un bicchiere”.

La scrittura di Brigazzi scivola veloce senza mai dimostrarsi complessa, sa puntare vittoriosamente agli angoli più indiscussi dell’intimo umano e genera un senso di sazietà e appagamento sulla sfera sessuale, grazie al continuo evolversi degli episodi con personaggi e situazioni sempre più incandescenti.

Certamente dalla lettura di “Sesso, scarpe e pesciolini”, emerge quanto il sesso possa diventare “materia” di studio ed analisi, portando il lettore a salvaguardare i propri istinti e a privilegiare i suoi momenti di perversione.

La caratteristica che maggiormente affascina in queste pagine, è che l’autore si mette nelle vesti della protagonista, relazionandosi tutto al femminile, tracciando un parallelismo tra la sua natura di uomo e il suo trovarsi quasi involontariamente nel mondo delle donne.

Non mancano qua e là sfumature ironiche che conferiscono al testo uno svolgimento piacevole, sfoderando un repertorio di sensazioni e desideri sempre nuove e diversificate.

Brigazzi sviscera le verità del sesso e ci fa accostare al piacere estremo, alimentandoci di momenti narrativi imprevedibili e tutti da scoprire.

(Michela Zanarella)

Il romanzo (Tutto l’amore in un bicchiere rotto di Francesco Signor e Ornella Gaido Editrice Zona  - 2010)  è narrato in prima persona dalla protagonista, una donna sui trentacinque anni, alla disperata ricerca di amore. La storia in sé occupa lo spazio di una giornata, la vigilia di Natale. La protagonista assiste in ospedale il padre malato di cancro e ormai in coma. Durante il corso della giornata gli parla, pur sapendo che lui non può rispondere, per raccontargli che cosa è stata la sua vita senza amore. Gli dice tutto quello che non gli aveva mai detto prima, in una sorta di chiusura dei conti che più che recriminazione vuole schiettezza. Quindi la narrazione dal presente si apre su vari episodi del passato che tracciano a grandi linee la vita della protagonista, una bambina con un disperato bisogno di amore e di attenzione che da grande è arrivata a sentirsi come un bicchiere rotto.Il tema di fondo del romanzo è l’incomunicabilità. Nel corso della giornata in ospedale al capezzale del padre la protagonista ricostruisce di fronte al lettore il suo passato: non si è mai sentita amata, il padre la picchiava per farle capire che aveva sbagliato, il suo continuo bisogno di attenzioni si risolveva in comportamenti eccentrici che venivano visti solo come stupidi e quindi da punire. I genitori, e il padre soprattutto, non sono mai stati capaci di ascoltarla, per questo si è sempre sentita sola, ha sempre ricercato qualcuno che la amasse a tutti i costi (incappando in forti delusioni), ha creduto di esser un bicchiere rotto che non meritava attenzione.I ricordi si svelano in una sorta di dimensione onirica, come quando da piccola aveva mal di denti ma non veniva portata dal dentista, perché si sa, dopo un po’ i nervi muoiono da soli e il dolore smette. O quando bimba aveva raccolto un fiore per la madre che non l’ha degnata di uno sguardo perché assorta in una conversazione. O quando decisa è stata tutto un giorno fuori casa tornando la sera tardi e nessuno si era accorta che non c’era. Ma il ricordo che brucia di più, paradossalmente, è quello dell’unico bacio che il padre le abbia mai dato. Quell’unico bacio che in un attimo aveva cancellato anni di sofferenze. E anche quando, adolescente, si innamora per la prima volta, proprio di quel ragazzo che guardava dalla finestra pensando che fosse il principe azzurro, troppo bello per accorgersi di lei, che la lascia scottata se non “ustionata”.La storia è un po’ agrodolce con qualche venatura ironica che la rendono piacevole fino alla fine. E’ raccontata con delicatezza, una sorta di flusso di coscienza che lungo la narrazione ricompone il ritratto di una vita. La protagonista, al di là dei singoli episodi, incarna dei sentimenti che molti di noi possono aver provato. Di base, è il tema del non detto e del rimpianto che rende questa storia attuale e “universale”. Tutto questo emerge nel corso della narrazione e compare chiaramente alla fine. Sicuramente è un testo “visivo”, che restituisce le immagini della storia e che strizza l’occhio al linguaggio cinematografico. È una storia “comune” (nel senso di universale), in cui molte persone potrebbero rivedere se stesse. Assolutamente da non perdere il divertente booktrailer del libro.

Dopo l’ennesimo colloquio di lavoro fallito, Melissa conosce un uomo
in un bar, che si rivelerà essere il proprietario della più importante
agenzia letteraria cittadina. Colpito dalle affermazioni della
ragazza, le offre una grandiosa occasione: diventare l’assistente del
vicepresidente. La promessa di uno stipendio da favola e benefit a non
finire spinge Melissa a firmare immediatamente il contratto, senza
sospettare che è come se avesse firmato un patto col demonio. Il
vicepresidente è Ludovico Castelli, intelligentissimo ma altrettanto
capriccioso erede dell’attività, di appena diciotto anni. Il lavoro
consiste nel fare da balia al ragazzo e nel tenerlo lontano dai guai,
ma lui le rende la vita difficile e cerca in ogni modo di farla
licenziare. Impegnata a evitare i colpi bassi del suo capo, Melissa
non si accorge nemmeno che l’affascinante fratello maggiore di lui ha
deciso che è perfetta per diventare la sua moglie con contratto di
scadenza…
La ricerca di un lavoro, il miraggio di una vita economicamente
stabile. Questo è l’inizio della storia narrata in “Come posso
farcela”, di un’esordiente che racconta in modo ironico e senza
problemi le difficoltà di una giovane nel trovare un’occupazione che
le permetta di vivere dignitosamente. Elena Depaoli, classe 1986,
studentessa dell’Università degli Studi di Pavia, esordisce così nel
mondo della letteratura trattando uno degli argomenti più delicati
d’oggigiorno: la ricerca del posto di lavoro fisso. La protagonista
del romanzo è giovane, determinata e affronta la propria esistenza di
precaria con un’ironia disarmante anche nei momenti di peggior
sconforto, come quando si trova innanzi alla dimostrazione palese che
la vita può dare tutto a una persona odiosa. Di pagina in pagina,
emerge dal tono scanzonato la preoccupazione di fallire, il desiderio
di realizzarsi non solo dal punto di vista lavorativo, ma anche
privato. Come tutte le donne, Melissa (Questo in nome della
protagonista) deve affrontare le incertezze della vita conciliando
l’esigenza di un lavoro con il desiderio di formarsi una famiglia.
Nella storia appaiono diversi clichè esistenziali propri del genere
letterario a cui appartiene il romanzo, come ad esempio l’amica
protettiva e i genitori soffocanti; il tutto rende la lettura
incalzante, perchè dimostra come basti un’ incontro al bar per
modificare radicalmente la vita di una persona.

Voto personale: 10. Questa non è solo chick lit, è leggere i propri pensieri,solo che li ha scritti qualcun’altro

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